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"Storie" di Tucidide Libro III : La defezione di Mitilene

"Storie" di Tucidide Libro III : La defezione di Mitilene e la guerra civile a Corcira 

Si può facilmente notare come l’argomento principale del III Libro delle Storie e, più in generale, il tema generale che lega insieme i primi 3 libri dell’opera è l’imperialismo ateniese: come si è sviluppato, le sue implicazioni (la dominazione ateniese è lo strumento di cui si serve la città per vincere la guerra, come ribadito dai discorsi di Pericle; è la causa delle recriminazioni da parte delle altre città; è la posta in gioco, tanto per Atene stessa quanto per gli alleati e i loro nemici dichiarati, per i quali la guerra è una lotta di liberazione, come ribadito da Archidamo nel cap.72, II Libro). 
Nel III Libro, l’imperialismo ateniese domina in 2 avvenimenti principali: 
1. defezione di Mitilene 


Chiaramente, questo episodio solleva la questione delle defezioni e quindi della repressione da parte di Atene. Questo problema è affrontato, nel testo, in 2 punti: 
− il discorso di Mitilene a Sparta, nel quale i Mitilenesi sostengono che l’imperialismo ateniese è la causa (⇒ è la spiegazione, ma anche la giustificazione) della loro defezione. 
Ancora una volta, l’imperialismo di Atene viene descritto in tutte le sue fasi: nascita – sviluppo (Atene sottomette prima i più deboli e poi via a via quelli più forti) – la necessaria distruzione ad opera di Sparta. I mezzi suggeriti dai Mitilenesi agli Spartani si trovano nella defezione stessa della città: la flotta e la distruzione delle risorse finanziarie che, dalle guerre persiane, giungono regolarmente nelle casse ateniesi, temi, tra l’altro, sui quali si erano già in precedenza soffermati Pericle e Archidamo. 
− i discorsi di Cleone e Diodoto ad Atene: nel dibattito su cosa fare a Mitilene (classico problema di natura imperialistica), si scontrano queste 2 figure contrapposte: secondo Cleone, il principale problema consiste nell’evitare ulteriori defezioni ⇒ Mitilene deve subire una punizione esemplare. Secondo Diodoto, invece, il problema consiste nell’evitare che tali defezioni siano irrevocabili ⇒ adottando una linea radicale come quella proposta da Cleone significa che chi defeziona sarà disposto a combattere fino alla morte, piuttosto che tornare sui suoi passi, complicando la vita dell’impero ateniese. 

In realtà, anche prima di questa guerra gli isolani avevano concepito il piano di ribellarsi, ma Sparta non aveva accolto la loro richiesta di protezione; tuttavia, anche in quest’epoca, si videro costretti a sollevare la rivolta prima di quanto prevedeva il progetto (cap.2) ⇒ la logica della necessità, che spesso accompagna le vicende narrate da Tucidide (→ la crescita dell’impero, la guerra), si ritrova anche in episodi su scala più ridotta, di questo tipo: coloro tra gli alleati di Atene che possono permetterselo, in quanto sufficientemente forti, sono costretti a ribellarsi. 
Atene reagisce alla ribellione mandando 40 navi (cap.3) con l’ordine di reprimere la rivolta. Si instaura comunque una tregua, durante la quale i Mitilenesi mandano ambasciatori sia ad Atene, per un tentativo di persuasione ad ordinare il rientro della navi, sia a Sparta, essendo pessimisti circa l’esito della missione ad Atene (cap.4). 
A questo punto, Tucidide riporta il già citato discorso che i Mitilenesi rivolgono ad Olimpia agli Spartani. In questo discorso, i Mitilenesi ricordano sin dal principio quali sono le basi di un’alleanza, spiegando poi perché Mitilene ha deciso di abbandonare l’alleanza con Atene, dato che in ogni caso, un alleato che defeziona è considerato infimo per definizione (cap.9, giudica l’accolto un traditore degli antichi amici e lo disprezza) e, senza una buona spiegazione, molto probabilmente, i nuovi alleati non si fideranno di lui: a patto che i dissidenti e coloro da cui si staccano si ispirino a concezioni di vita equivalenti, siano legati da reciproco, pari affetto, i rapporti tra loro d’armamenti poggino su basi di equilibrio e non sussista onorevole motivo di rivolta: se si verificano queste condizioni, allora è difficile giustificare una defezione. Sappiamo che non regge ferma la familiarità… qualora la relazioni non rispecchino una mutua fiducia d’integrità, fondandosi in generale su una spirituale concordia d’intenti (cap.10). 
L’alleanza con Atene rimonta all’epoca in cui, mentre voi (Spartani) rinunciavate a preseguire la lotta con i Persiani, gli Ateniesi insistettero, fino in fondo, in quello sforzo (cap.10) ⇒ Finché adattarono la loro egemonia a un concetto di parità con le altre genti, operammo in accordo con loro ⇒ l’uguaglianza sembra essere strettamente legata al concetto di amicizia. Ma crebbe in noi il sospetto quando ci avvedemmo che… diveniva invece più intensa la smania di piegare ogni alleato al loro servizio. 
Tuttavia, continuano i Mitilenesi, l’equilibrio del terrore è l’unico cardine su cui un’alleanza può gravitare sicura (cap.11). Questa frase può sembrare in contraddizione con quella precedente: prima si diceva che un’alleanza si deve basare su “nobili sentimenti”, ora, invece, che si basa sull’equilibrio del terrore tra gli alleati, in cui nessuno defeziona per paura della reazione dell’altro ⇒ l’uguaglianza è legata, da una parte, all’amicizia e, dall’altra, al reciproco timore. Nel caso in questione, però, i Mitilenesi non fanno che confermare la cruda realtà dei fatti, che cioè negli altri la corrispondenza d’affetti fortifica la lealtà, mentre tra noi la rinsaldava il reciproco timore. La nostra alleanza poggiava più sul dominio della paura che della schietta intimità (cap.12) ⇒ si è creata una situazione tale per cui chi prima può, rompe i patti. Da questo punto di vista, Mitilene compie un’azione preventiva: Sta a loro aggredirci in qualsiasi istante? Ci sia dunque concesso predisporre una difesa (cap.12); dall’alleanza con Atene, per ostacolarne la distruttiva politica di asservimento nei nostri riguardi, anzi per attaccarli noi senza indugi (cap.13) ⇒ la defezione di Mitilene viene presentata come un gesto di autodifesa, nonché lo spunto di un attacco preventivo, dato che è solo questione di tempo prima che gli Ateniesi attacchino la città. 
Per Atene è difficile accettare Mitilene come alleato alla pari e la città è consapevole di essere diventata un alleato ingombrante (cap.11, era umano che li pungesse sempre più sul vivo questo stato di cose) ⇒ da un lato esiste la necessità di reprimere ogni motto indipendentista, dall’altro sorge la necessità di difendersi. 
I Mitilenesi passano poi ad elencare a Sparta e ai suoi alleati i motivi per cui dovrebbero essere accettati nella Lega del Peloponneso: 
− innanzitutto, Atene è in una situazione di esaurimento, per via della peste, delle invasioni dell’Attica (cap.13); 
− Mitilene può mettere a disposizione di Sparta la sua potente flotta (cap.13); 
− infine, si creerà un precedente favorevole perché gli altri alleati di Atene siano in futuro indotti a defezionare, sicuri di incontrare la protezione spartana. 

Tuttavia, la flotta peloponnesiaca non arriva in tempo per aiutare Mitilene (cap.27), la quale si arrende agli Ateniesi per fame (cap.27, la scarsità di cibo diveniva drammatica). A questo punto, vengono stipulati i termini della resa (cap.28): 
− agli Ateniesi spettava, in assoluta libertà, di decidere la sorte di Mitilene 
− la città avrebbe aperto le porte all’esercito 
− i Mitilenesi avrebbero messo in viaggio per Atene una loro ambasceria. 

Nel frattempo ad Atene, gli Ateniesi, sotto l’impulso della collera, decretarono non solo la morte di tutti i prigionieri che tenevano già in pugno ma l’eliminazione totale di tutti gli abitanti di Mitilene in età adulta e la schiavitù per i piccoli e le donne (cap.36). 
La collera degli Ateniesi è, dal punto di vista imperiale, comprensibile: la forza di Atene dipende da 
− risorse finanziarie, 
− superiorità navale, 
− fortificazioni 

e, nei primi anni di guerra, tutti questi elementi sono stati in qualche modo scossi: 
− il denaro si sta esaurendo 
− la superiorità navale è messa in discussione dalla numerosa flotta che Sparta è riuscita a costruire 
− le fortificazioni sono servite contro le invasioni dell’Attica, ma nulla hanno potuto contro la peste. 
La rabbia nei confronti di Mitilene scaturisce dal fatto che (cap.36): 
− Mitilene godeva dello status di alleato autonomo = il governo e gli affari interni della città sono lasciati in mano alla città; 
− Mitilene è fortemente armata, a differenza degli altri alleati ateniesi; 
− la presenza inquietante della flotta peloponnesiaca nella Ionia, elemento di disturbo per definizione; 
− è stata una rivolta premeditata da parte di chi non aveva nessun diritto di ribellarsi, dato il trattamento speciale riservato alla città. 

NB: La decisione presa dagli Ateniesi è del tutto inusuale, non è mai stato riservato un trattamento così duro nei confronti di una città vinta. “Inusuale” non dal punto di vista umano, quanto piuttosto in base a considerazioni di tipo economico: bisogna infatti ricordare che l’economia di quell’epoca si basa sulla schiavitù ⇒ eliminare una popolazione maschile in età adulta = rinunciare ad un congruo numero di schiavi, subendo dunque un pesante danno economico. 
Tuttavia, già il giorno seguente i propositi erano mutati (cap.36) ⇒ si decide di deliberare nuovamente. 
A questo punto avviene lo scontro verbale tra Cleone e Diodoto che rappresentano 2 contrapposte visioni della politica imperiale. Nessuno dei 2 vuole che si rinunci all’impero, ma discutono su quale sia il comportamento più appropriato che Atene deve tenere in queste determinate circostanze. 
⇓ 
Si assiste al contrasto tra la politica moderata “alla Pericle” di Diodoto e la politica più aggressiva e violenta di Cleone, frutto per lo più della frustrazione nei confronti della linea politica prudente di Pericle, i cui risultati non si sono ancora fatti vedere, anzi, malgrado la moderazione, si assiste alla rivolta dell’alleato più importante dal punto di vista militare. Non a caso, nel suo discorso, Cleone attacca proprio i principi esaltati da Pericle nell’orazione funebre (II Libro), proponendo una politica alternativa. 
Diodoto, in una simile situazione, non può fare appello ai buoni sentimenti e parla solo di ciò che è utile alla città, rivelando un obiettivo non umanitario, ma politico (tanto che, in base alla decisione finale, vengono comunque giustiziate 1000 persone) (cap.50). 
Cleone è il primo a parlare. Egli viene presentato da Tucidide come il più violento tra i concittadini e quello che godeva presso il popolo il credito più assoluto (cap.36) ⇒ era un demagogo, colui che spesso, per fini personali, cavalca e stimola le passioni dell’Assemblea popolare. 
Il discorso può essere strutturato come segue: 
− capp.37-38: introduzione, nella quale Cleone critica l’idea stessa di votare ancora. 
Il discorso di Cleone si apre in modo molto convenzionale (cap.37, di frequente, in tempi passati, ho avuto occasione di convincermi, per esperienza diretta), con fondamentalmente 2 funzioni: 
o indicare che l’oratore è una persona saggia e navigata; 
o le parole che seguiranno sono basate sull’osservazione diretta ⇒ come tale, deve essere presa in seria considerazione. 
Democrazia ed impero sono incompatibili (cap.37), chiara contrapposizione alle idee di Pericle, per il quale democrazia ed impero ateniesi sono 2 facce della stessa medaglia. In realtà, secondo Cleone le democrazie hanno difficoltà a reggere un impero, perché all’interno di una democrazia i rapporti tra cittadini sono tali per cui, stupidamente, si crede che anche tra alleati ci possano essere simili rapporti di fiducia (cap.37). In realtà, la vostra signoria è una tirannide (cap.37), giudizio cruciale in piena sintonia, nonostante tutto, con il giudizio di Pericle (Libro II, cap.63), basato sulla forza e sulla repressione sistematica degli alleati. Pericle aveva anche affermato che Atene rispetta comunque le leggi, che l’amore per la filosofia non indebolisce, non impedisce di prendere decisioni energiche, quando necessario, che la città può essere illuminata dal dibattito tra idee diverse nei luoghi pubblici: sono queste le virtù della democrazia, le quali vengono ad una ad una criticate e rovesciate da Cleone. Egli, infatti, accusa i suoi concittadini di preferire le parole ai fatti, un incerto futuro al presente, novità del tutto vaghe ed insidiose rispetto a cose già sperimentate (cap.38). 
− capp.39-40: il consiglio che Cleone dà alla città, che consiste anche in una violenta accusa nei confronti di Mitilene e dei torti commessi nei confronti di Atene. 
Mitilene vi ha inflitto l’ingiuria più rovente… che nome si conviene al loro atto, se non sordo intrigo, rivolta più che defezione… preferendo l’uso della forza a quello del diritto… ci aggredirono senza l’impulso di un torto subito (cap.39) 
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Il prestigio di cui, da gran tempo, favorimmo i Mitilenesi era eccessivo, insensato (cap.39) ⇒ secondo Cleone, Atene ha sbagliato a concedere tanta libertà ed autonomia a Mitilene. 
Cleone prosegue con il classico argomento di chi chiede una punizione esemplare: se Atene non sarà in grado di applicare una punizione esemplare a Mitilene e di distruggere quegli alleati che in futuro lasceranno l’alleanza per affiancarsi a Sparta, allora non sarà più in grado di mantenere l’impero. Infatti, continua Cleone, chi mantiene un impero non deve subire il funesto influsso dei tre affetti più perniciosi per l’esercizio di una signoria (cap.40): 
− la compassione 
− la lusinga della parola 
− la clemenza. 
Un alleato, in quanto suddito, non potrà mai ricambiare Atene con uguale trasporto ⇒ la pietà, la compassione, sono sentimenti del tutto fuori luogo. 
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Riassumo il mio intervento… se fu legittimo il loro moto, è dunque iniquo il vostro dominio (cap.40) ⇒ se Atene accetta l’idea che Mitilene si è ribellata in modo legittimo, allora l’impero è ingiusto ⇒ Cleone sembra mettere la questione sul piano del giusto-ingiusto. In realtà, subito dopo si contraddice, affermando che Se, pur contro il diritto, vi proponete egualmente di farlo valere (il vostro dominio), non sfuma per ciò il dovere di correggerli duramente, in contrasto con la giustizia, ma in accordo con il vostro profitto (cap.40) ⇒ è nell’interesse, nell’utile dell’impero punire severamente Mitilene. L’alternativa è quella di rinunciare all’impero e fare la parte dei galantuomini. NB: nel II Libro, cap.63, Pericle aveva similmente affermato Non potete abdicare oggi dal vostro potere, anche se in questa ora critica qualche galantuomo, che desidera la vita quieta, va suggerendo una tanto nobile azione. 
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Per Cleone la punizione è utile e giusta, perché Mitilene non aveva alcun diritto a ribellarsi. 

Segue la replica di Diodoto. Egli ribadisce innanzitutto le virtù della discussione e del dibattito pubblico, denigrate da Cleone nel suo intervento e, anzi, lo denuncia per la sua ricerca ad un interesse personale (cap.42). Inoltre, prosegue Diodoto con un discorso molto realistico, l’Assemblea è un Parlamento, non un tribunale: bisogna prendere una decisione basata sull’interesse della città e non sancire se Mitilene aveva oppure no il diritto a ribellarsi (cap.44). 
Diodoto adotta poi il classico argomento contro la pena di morte, che non ha alcun fondamento umanitario, ma solo politico: quando Cleone chiede una punizione esemplare che sia d’esempio a tutti gli altri alleati, perde di vista il principale motore dietro l’azione umana, cioè la natura umana, spesso caratterizzata da passioni così forti che non vengono trattenute neppure dalle minacce più terribili, inclusa la pena di morte (cap.45, eppure anch’essa risulta un argine insufficiente). Infatti, la natura umana è caratterizzata dal dominio della speranza e del desiderio (cap.45). 
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È semplicemente impossibile, anzi assai ingenuo, ritenere che la legge, o qualunque altra tremenda costrizione possa ergersi, invalicabile baluardo, a infrangere il potente impeto della natura umana, quando arde nel volo d’una conquista (cap.45). 
In questa descrizione della natura umana, Tucidide non è affatto originale, ma riprende formule e schemi tipici della letteratura e della filosofia del tempo. 
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Dal punto di vista utilitario, la punizione proposta da Cleone non sarebbe capace di trattenere gli altri alleati che stanno meditando, o potrebbero meditare, di defezionare, i quali, anzi, cercheranno di resistere fino all’ultimo respiro ⇒ la punizione non sarebbe affatto esemplare, dato che se applicate quella disposizione, quale città non intensificherà gli sforzi per prepararsi in modo più completo, quale non trascinerà l’assedio fino all’estremo respiro, se una resa sollecita o protratta conseguiranno lo stesso fatale risultato? (cap.46) ⇒ per Atene tutto questo è costoso, viene meno una fonte di reddito, non è garantito il risultato finale desiderato, sicché il nostro compito non è qui d’interpretare, a nostro danno, la figura di giudici inflessibili sulla pelle dei colpevoli (cap.46), ma occorre vigilare, prima che si giunga a quello stato, e con una illuminata politica preventiva deviare il pensiero dei sudditi da un simile sogno (cap.46) ⇒ alla repressione di Cleone, Diodoto contrappone un’attenta politica di prevenzione, per cercare di evitare che gli alleati siano tentati a seguire l’esempio di Mitilene. 
Infine, Diodoto ribadisce che attualmente il popolo, in ogni città, guarda a voi con favore, non concede il suo appoggio quando il partito aristocratico organizza una sedizione (cap.47): i partiti popolari (o democratici) nelle varie città soggette al dominio ateniese, guardano con simpatia ad Atene. 
Si pone qua la domanda, a lungo dibattuta dagli storici, sulla popolarità o meno dell’impero ateniese, almeno presso certe classi (il popolo, secondo Diodoto) ⇒ applicando la punizione proposta da Cleone, Atene perderà il loro favore. Sembra quindi che gli Ateniesi siano abbastanza popolari nelle città sottomesse. Eppure, verrebbe naturale obiettare, in questo modo Diodoto riconosce che per Mitilene era naturale ribellarsi, in quanto suddito, contraddicendosi in modo clamoroso, probabilmente con il solo obiettivo di convincere l’Assemblea. 
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Diodoto suggerisce di punire soltanto i colpevoli, senza scendere a patti con la pietà e la clemenza, suggestioni cui anche al mio cuore vieto l’accesso (cap.48). 
Dunque, nel dibattito tra Cleone e Diodoto si assiste al contrasto tra una politica radicale e una politica moderata. Tuttavia, neanche quest’ultima ha avuto grandi risultati: infatti, finora Atene ha messo in pratica un atteggiamento moderato nei confronti degli alleati e il risultato è stata la defezione di Mitilene. 

Tratto da TEORIA DELLE RELAZIONI INTERNAZIONALI di Elisa Bertacin
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