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Savonarola e il rapporto arte-religione

Savonarola e il rapporto arte-religione



Secondo Federico Zeri, l’arte della Controriforma non è nata dalla prescrizioni tridentine, bensì da un clima contro riformato diffusosi ancor prima del concilio di Trento (1545-63). Il problema riguarda l’instaurarsi di tale clima e particolarmente l’importanza che occorre annettere alla figura del Savonarola in quanto premessa essenziale dei fenomeni in discorso.
Se l’atteggiamento che il Savonarola venne ad assumere nei riguardi dell’arte coincise in alcuni momenti con quella che più tardi fu la posizione ufficiale della Chiesa, rimangono comunque degli elementi indipendenti.
È il Savonarola che ripropone il problema, conosciuto fin dal Medioevo, del rapporto arte-religione. Il Medioevo aveva risolto tale rapporto teorizzando la rappresentazione artistica come illustrazione dei simboli e delle dottrine della Chiesa, su di un piano, però, di genuina adesione alle verità di fede. È significativo che, nel momento in cui la Chiesa intese riaffermare l’autorità della sua autentica dottrina, non solo tornò a riproporre gli stessi problemi dell’età medievale, ma tese a risolverli ripristinando soluzioni iconografiche e talune esasperazioni mistiche proprie di quell’età.
Sia negli scritti della Controriforma che nel Savonarola ritorna il concetto medievale della funzione didascalica dell’arte.
Anche al Savonarola e alla Controriforma, come a tutto il Medioevo dottrinario, non interessa il valore dell’immagine per se stessa, ma solo ciò che essa rappresenta. Mentre, però, la posizione del Savonarola sottintende un intento polemico nei confronti degli umanisti e del loro modo di concepire la storia, quella della Controriforma è solo rigorosamente programmatica.
Nel Savonarola, le citazioni erudite si riconducono all’ortodossia tomistica che era patrimonio dell’ordine monastico a cui apparteneva. Ciò che nell’oratoria del frate ha un sapore nuovo, tanto da precorrere la dialettica di cui la Controriforma si serviva perché più aderente ai fini della persuasione collettiva che si proponeva, è invece il modo diretto e semplice di rivolgersi al pubblico, con immagini quanto più possibile concrete e legate all’esperienza comune. A lui va il merito di aver compreso che le disquisizioni letterarie e filosofiche care al Quattrocento e ai tomisti non avevano presa sulla coscienza popolare.
Al convincere, egli aggiunge il dilettare, dimostrando di essere ancora sensibile alle istanze dell’umanesimo.
Infine non bisogna dimenticare che l’atteggiamento del domenicano era aspramente critico nei confronti del papa e della Chiesa, e che egli fu sempre guidato da una religiosità accesa, visionaria, più simile a quella dei grandi mistici medievali che alla religiosità freddamente normativa della Chiesa ufficiale del tardo Cinquecento.

Tratto da ARTE MODERNA di Gabriella Galbiati
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