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Lo spettatore come decodificatore

Lo spettatore come decodificatore


C’è una frattura che attraversa l’intera superficie, una linea di confine che spacca a metà il territorio; si pensa allo spettatore come a:
- un decodificatore: qualcuno che deve e sa decriptare un gruppo di immagini e di suoni, un visitatore attento che a passo a passo recupera il senso della rappresentazione, uno snodo che al termine del circuito riporta in chiaro dei segnali cifrati.
- un interlocutore: qualcuno a cui indirizzare delle proposte e da cui attendere un cenno d’intesa, un complice sottile di quel che si muove sullo schermo, un partner cui è affidato un compito e che lo esegue mettendoci del suo.
La prima di queste figure si impone lungo gli anni ‘’60 nell’ambito della semiotica d’ispirazione strutturalista; si afferma come una presenza precisa e tuttavia marginale, e come funzione specifica e tuttavia limitata: in pratica, gli si concede soltanto di ripercorrere una struttura già del tutto fissata per prendere atto di ciò che gli è messo di fronte, e di riappiccicare dei codici già in precedenza decisi per afferrare ciò che gli viene inviato.
A partire dai primi anni ’70 il desiderio di emendare le debolezze insite in questa figura diventa sempre più diffuso ed esplicito, e le strade perseguite sono soprattutto due:
- una che punta a dotare di un maggior spessore il momento dell’ascolto,
- l’altra che mira invece a cercare le tracce dell’ascoltatore già in quanto gli viene porto.

Tratto da CINEMA di Nicola Giuseppe Scelsi
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