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L’essere dell’ente secondo i filosofi dell’età moderna

Per Leibniz e per tutto il pensiero dell’età moderna il modo in cui l’ente «è», l’essere dell’ente, poggia, dunque, sulla sua «oggettività», sul suo essere un oggetto posto di fronte al soggetto che lo rappresenta e lo riconduce a sé. L’ente è completamente in balia del soggetto che opera le sue rappresentazioni sulla base del principium grande, e il soggetto a sua volta è completamente in balia della pretesa di tale principio, il quale pretende dal soggetto rappresentante la fornitura del fondamento di ciò che gli sta di fronte. È nel pensiero di Kant che la pretesa della tesi alla fornitura del fondamento, il principium rationis, domina in modo eccelso. Nel «metodo trascendentale», che ricerca le «condizioni della possibilità a priori», ovvero le condizioni a priori (perché precedenti alla esperibilità degli oggetti) per cui l’esistenza degli enti in quanto oggetti è resa possibile, parla proprio questa pretesa del principium alla fornitura del fondamento: per Kant la dimensione della ragione (ratio, Vernunft) è quella della soggettività del soggetto; in relazione all’io-ragione, l’ente assume il carattere dell’oggetto per il soggetto, e poiché l’ambito del soggetto è l’ambito del principium rationis, in quanto è esso stesso principio fondante che determina tutte le condizioni della possibilità dell’ente nella loro unità, esso ricerca il fondamento sufficiente degli oggetti. Il fondamento, che fornisce all’oggetto la possibilità di essere tale, circoscrive l’oggettività degli oggetti. L’essere dell’ente è per Kant oggettività. L’oggettività è ciò che è più proprio dell’oggetto, ma non è una sua mera caratteristica fisica: essa è una caratteristica a priori, va oltre l’oggetto, è prima ancora del suo apparire e determina le caratteristiche dell’apparire.
La forza del principio è ulteriormente ribadita dalla versione veramente definitiva e completa del principio di ragione: essa lo definisce principium reddendae rationis sufficientis ed è quel principio che Leibniz esprime solitamente nella forma:

nihil existere nisi cujus reddi potest ratio existentiae sufficientis (niente esiste di cui non si possa fornire la ragione di esistenza sufficiente)
.
 
In questa versione, il fondamento non solo pretende di essere fornito, ma di essere anche sufficiente, di bastare completamente in quanto fondamento. Questo al fine di raggiungere la perfectio dell’oggetto. Essa pone al sicuro l’oggetto nel suo stare in quanto rappresenta la completezza di quelle determinazioni per il sussistere di un oggetto.
È nel momento in cui il soggetto rappresentante si pone dei «perché?» (warum) che si esplica la sua risposta al richiamo della tesi che pretende un fondamento per tutto ciò che è di fronte a sé: perché c’è il rappresentato? Perché è così com’è? È in queste domande che il soggetto si interroga sul fondamento. Per questo la versione rigorosa della tesi «niente è senza il fondamento che va fornito» può venire riportata alla forma «niente è senza perché».

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