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La religione vedica e il diritto in India

La religione vedica e il diritto in India


La storia religiosa dell'India comprende: la religione vedica e l'induismo. Per religione vedica s'intende la fase più antica, orientata dai Veda, scritti sacri risalenti almeno al sec. X a.C. L'induismo sorge in seguito alla crisi della religione vedica insieme al buddismo.

la religione vedica
La religione vedica è un politeismo che si forma dall'incontro di popoli di cultura indeuropea con culture di tipo superiore. L'unità politica era data dal re di un singolo territorio; i culti connessi con l'esercizio della regalità tenevano il posto di un culto pubblico.
Nell'ideologia indiana l'integrazione sociale consisteva nell'inserimento della vita individuale nello rta, l'ordine cosmico. Il sacrificio agli dei garantiva e promuoveva questo inserimento, in quanto collegava l'azione umana a quella divina, che era appunto espressione di rta. Lo rta stesso può essere inteso come una sublimazione, in chiave cosmica, del comportamento rituale. Rta è la vita stessa, a cui si contrappone, con l'arresto, la morte, ma incanalato nel giusto comportamento (regola di condotta) e questo a sua volta è un'astrazione dal comportamento storico, che, nell'ideologia indiana, è pura illusione (maya).
In un mondo così concepito, gli dei, che come in ogni politeismo sono “forme del mondo”, vengono rappresentati non tanto per la loro essenza, quanto per la loro azione, quale espressione di rta. Lo sforzo teologico indiano, più che a fissare i tratti individuali degli dei, si è rivolto a rilevarne i possibili interventi e le occasioni in cui essi si realizzano. Queste occasioni da accidentali (o naturali) si fanno necessarie (o culturali) in quanto determinate dallo rta, l'ordine universale, e dal rito sacrificale che è rta esso stesso o lo promuove.

Diritto

Il termine sanscrito che richiama al concetto di legge è dharma, ma esso più propriamente designa, in una sintesi di elementi religiosi e profani, i diritti e doveri dell'uomo in ogni campo della sua attività, le norme che dirigono il comportamento degli esseri tanto più sul piano religioso e morale quanto su quello sociale e giuridico. Secondo la tradizione indigena quattro sono le fonti del dharma: la rivelazione, la tradizione, il comportamento delle persone colte e virtuose, gli usi e costumi delle regioni, delle caste, delle famiglie.
Insieme al dharma, che è la fonte maggiore, ci sono anche l'artha, che si indirizza soprattutto e all'operatore economico, e il kama, che soddisfa bisogni più transeunti.
Anche il re è sottoposto al dharma, che non può modificare. A lui è attribuito il potere legislativo (non nel campo del diritto di famiglia o civile) e quello di rendere giustizia, rivolgendosi al artha, che gli suggerirà le regole pratiche.
Giurisprudenza: i giudici sono molto rispettati, possono discostarsi dal dharma, ma non possono modificarlo. Non esiste il precedente vincolante, non esistono i dottori e gli avvocati. La giustizia, attribuita al re, si basa su tre livelli; ogni casta ha la sua assemblea per le proprie controversie.
In tutto il sistema comunque, si sente una forte influenza islamica.
Le fonti più antiche del diritto indiano sono i Dharmasutra (aforismi relativi alla legge), in prosa, che contengono, accanto alla trattazione di problemi dottrinali e religiosi, i primi abbozzi di una dottrina giuridica (definizione dei doveri delle quattro caste, norme di natura economica e sociale, elementi di diritto civile e penale). Con l'affermarsi di scuole giuridiche specializzate, che tendono a codificare la materia legale in esposizioni ampie e particolareggiate, nascono i trattati di diritto veri e propri, i Dharmasastra (Trattati giuridici), basati sugli antichi Dharmasutra ma con un carattere più strettamente giuridico. Elementi di diritto si trovano in tutta la produzione letteraria dell'India, in particolare nella letteratura politica: per es., l'Arthasastra (per alcuni risalente al sec. IV a. C. e per altri al sec. III d. C.), dedica ampio spazio alla procedura giudiziaria, alla definizione delle competenze dei funzionari e ai sistemi di punizione. In tutti prevale sempre il fondamento religioso.

Principi fondamentali del diritto indiano:
Il principe, investito di maestà e natura divina, è ordinatore del regno, tutore della legge, arbitro assoluto della giustizia; egli deve giudicare e punire, perseguitare il male, ricercare la verità attenendosi alle norme codificate nei trattati, considerarsi responsabile di un delitto impunito o di una condanna ingiusta.
Al sovrano spetta il potere decisionale anche quando, col perfezionarsi dell'organismo statale, egli viene affiancato, nell'amministrazione della giustizia, da funzionari competenti. Il valore teorico, peraltro non escluso, dell'uguaglianza di ogni individuo di fronte alla legge, viene continuamente infirmato dalle prerogative castali che affiorano in ogni sezione del sistema giuridico indiano. Di taluni privilegi della casta brahmanica, protrattisi in India fino all'età moderna, si ha notizia già nei testi più antichi. Le norme che disciplinano le istituzioni processuali sono molto precise.
Le forme probatorie sono generalmente suddivise in umane e divine: le prime costituite dalla prova documentale e dalla prova orale dei testimoni, le seconde dal giuramento e dalle ordalie cui si ricorre nei casi dubbi o in mancanza di altre prove (talune forme di ordalie si sono conservate fino all'età moderna e contemporanea). Le pene previste variano dalla semplice ammonizione all'esecuzione capitale. Una delle condanne più temute è l'espulsione dalla casta.
L'istituto familiare è oggetto di ampia trattazione giuridica: di tipo patriarcale, la famiglia è protetta e regolata da norme rigorose che condizionano la vita quotidiana dei suoi componenti, essendo considerata l'organizzazione fondamentale della società.
Il matrimonio, da tutti i testi sempre teoricamente vietato fra persone di caste diverse, è generalmente considerato vincolo sacro e indissolubile. Numerose però le infrazioni pratiche alle norme sulle caste, mentre eccezioni all'indissolubilità del matrimonio sono contemplate dagli stessi trattati.
Le norme che regolano la ripartizione del patrimonio e il diritto ereditario sottolineano la precedenza dei figli legittimi su quelli adottivi. Pur nel susseguirsi delle dominazioni straniere che esercitarono il potere sui territori dell'India e che portarono con sé ciascuna le proprie consuetudini e ordinamenti, la legge indiana rimase sostanzialmente basata sugli antichi principi, soprattutto per la naturale e ancor oggi viva tendenza della mentalità indù a conservare le originarie strutture in quanto consacrate dalla tradizione. Nell'attuale Repubblica Indiana, infatti, l'ordinamento giuridico, nonostante necessari adeguamenti e introduzioni di nuove istituzioni (generalmente sulla base della legislazione britannica), si è mantenuto fedele alle linee principali dell'antico sistema.


Tratto da DIRITTO PRIVATO COMPARATO di Beatrice Cruccolini
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