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Testate arabe in Europa

Tra la seconda metà degli anni ’80 e la fine degli anni ’90 si è assistito alla fondazione in Europa di un numero piuttosto consistente di testate arabe. Esse, lasciate ufficialmente in mano a gruppi di investitori privati, consentivano ai governi, attraverso finanziamenti e legami con l’editore, di controllarne la linea e di promuovere liberamente la propria reale agenda internazionale, al riparo dalle rimostranze e dalle minacce degli altri stati arabi. 
Uno degli stati che si è dato più da fare in questo senso è l’Arabia Saudita: a causa della duplice censura in patria (quella politica della casa regnante degli Al Saud, e quella religiosa degli ulama wahahbiti), l’informazione in Arabia Saudita si è mantenuta ad un livello piuttosto scadente, mentre, attraverso l’espediente del finanziamento privato in Europa, gli Al Saud hanno potuto contare su un’informazione più tagliente, ma allo stesso tempo fedelissima e vincolata alla propria agenda internazionale, da utilizzare come strumento politico. 
Quello dell’esplosione della stampa dell’immigrazione è stato un decennio importante per il giornalismo arabo che sicuramente ha favorito lo sviluppo degli standard produttivi e il perfezionamento tecnico delle vesti grafiche ⇒ ha indubbiamente migliorato la qualità complessiva della proposta di informazione in lingua araba. 
D’altra parte, però, si è mostrata ancora una volta la grande contraddizione del potere nel mondo arabo e il suo notevole problema nell’accettare lo sviluppo di un’opinione pubblica matura e consapevole. 
Nella quasi totalità dei paesi arabi, anche lo sviluppo dei media elettronici è avvenuto secondo i binari del monopolio statale; ciò soprattutto a causa della marcata volontà da parte dei governi di utilizzare mezzi così potenti come strumenti politici di comunicazione con la popolazione. Infatti, se l’informazione della carta stampata manteneva, in un’area con un elevatissimo tasso di analfabetismo, un impatto limitato, la radio e la televisione si presentavano come “i media che parlavano alle masse”. 
Questa concezione puramente strumentale del medium è riscontrabile soprattutto nell’offerta di programmi che caratterizza la radio e la televisione nazionali: il pubblico e i suoi desideri non sono tenuti nella minima considerazione, mentre istituzioni apposite progettano palinsesti che obbediscano alle esigenze di immagine e propaganda dei governi. 
D’altra parte, però, i paesi arabi che hanno puntato maggiormente sull’uso politico di radio e televisione (i paesi della “stampa in divisa”) sono stati quelli che per primi, e in maniera più massiccia, hanno investito nella creazione delle infrastrutture necessarie allo sviluppo delle tecnologie elettroniche. 
Il primo stato arabo ad approntare un servizio televisivo nazionale fu infatti l’Iraq, nel 1956. La televisione iniziò tuttavia ad assumere importanza con il colpo di stato del 1958 da parte del generale Kassem: egli intuì immediatamente come la radio e la televisione potessero funzionare da efficaci strumenti per il suo progetto di mutamento della società e ordinò di potenziare i trasmettitori del servizio nazionale. 
Per il periodo in cui Kassem fu al potere (1959-63) non si può parlare di un effettivo network televisivo nazionale; tuttavia, sono note le riprese dei processi agli uomini della monarchia presieduti dal cugino di Kassem, Fadhil Abbas Al-Mahdawi, uomo sprovvisto della minima competenza giuridica, ma dotato di un vero talento di showman ⇒ queste performance indicano quando il medium televisivo fosse visto dalla classe politica al potere come strumento per infiammare e mobilitare gli animi del popolo. 
Lo stesso Kassem fu vittima della televisione della mobilitazione da lui creata: quando, nel 1963, il partito Ba’ath prese il potere assassinandolo, il suo corpo fu mostrato varie volte alla televisione. 
La definitiva presa di potere di Saddam Hussein, nel 1979, vide un intensificarsi dell’attenzione nei confronti del mezzo televisivo: il rais era l’unico eroe possibile per le audience irachene, mentre tutti i programmi d’informazione arrivavano alla falsificazione più deliberata pur di supportare le politiche del governo. 
In maniera più o meno sofisticata, in molti paesi arabi la storia dell’informazione è analoga a quella irachena: 
1 − Siria 
2 − Libia 
3 − Sudan 
4 − Algeria. 

Anche per quanto riguarda la storia della televisione, e in particolare dell’informazione televisiva, esiste nel mondo arabo un certo numero di stati il cui sistema dell’informazione può essere definito sostanzialmente “di corte”: si tratta di stati i cui governi sono meno interessati a plasmare attivamente il pensiero delle masse. Si può parlare di una situazione del genere principalmente per 
1 − Giordania 
2 − Emirati Arabi Uniti 
3 − Kuwait 
4 − Bahrein 
5 − Arabia Saudita 
6 − Qatar. 

Anche in questi paesi, il controllo del sistema televisivo è sostanzialmente in mano ai governi, che lo utilizzano come simbolo di potere da esibire nel contesto internazionale. In questi stati, il tono delle programmazioni è molto meno aggressivo e tende ad orientarsi maggiormente sull’intrattenimento e la cultura popolare. 
Il controllo delle notizie trasmesse viene effettuato sostanzialmente in negativo = piuttosto che indirizzare le trasmissioni di news a sostegno di un preciso progetto politico, i governi stabiliscono le tematiche che non possono essere trattate. 
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Per quanto riguarda la televisione nazionale in materia di news la questione è, per le popolazioni arabe, ancora più frustrante di quella dei media della carta stampata: il controllo dei governi arabi è ancora più stretto e agevolato dalla proprietà che nella maggior parte dei casi essi esercitano sui broadcaster. 
L’informazione radiofonica ebbe la sua prima stagione di fuoco nell’Egitto di Nasser: il medium era essenzialmente strumento di propaganda. 
Il fiore all’occhiello dell’offerta radiofonica del presidente era rappresentato da Voice of the Arabs, emittente radio inaugurata nel 1953. 
L’efficacia di Voice of the Arabs stava soprattutto nel fatto che i governi, contro cui erano scagliati gli attacchi, non erano assolutamente in grado di difendersi: 
1 − mancavano le infrastrutture per creare servizi radio da opporre alla propaganda egiziana; 
2 − non c’erano strumenti per interferire con le trasmissioni; 
3 − gli altri leader arabi, a differenza di Nasser, non avevano ancora compreso l’importanza dell’utilizzo dei mass media nella gestione del potere. 

Il momento in cui questa macchina di informazione propagandistica entrò in crisi coincise con la Guerra dei Sei giorni contro Israele, nel 1967: per tutta la durata dei combattimenti, Voice of the Arabs aveva parlato di vittorie e di avanzate gloriose, creando fortissime illusioni e aspettative tra le popolazioni arabe ⇒ dopo questa guerra, Voice of the Arabs continuerà le sue trasmissioni sottotono, avendo perso buona parte della sua credibilità e dell’originaria presa sulle masse arabe. 
La storia della politica nasseriana in campo di comunicazioni di massa è una storia che continua a ripetersi fino ad oggi all’interno del mondo arabo ed è fatta di continue oscillazioni tra il sogno dell’unità e le aspirazioni nazionali dei singoli paesi. I paesi della Lega Araba, infatti, hanno lavorato fino alla metà degli anni ’50 alla costituzione di un’organizzazione regionale che si occupasse di broadcast e, già nel 1965, la quasi totalità degli stati membri della Lega aveva ratificato la costituzione dell’ASBU (Arab States Broadcast Union). 
La volontà da parte dei paesi arabi di costruire un sistema audiovisivo comune crebbe notevolmente dopo la sconfitta della Guerra dei Sei giorni contro Israele e il senso di profonda umiliazione che da essa derivò ⇒ nel 1967, fu organizzato un incontro cui parteciparono i ministri dell’Informazione della Lega araba, nel tentativo di coordinare tutti i progetti nazionali per lo sviluppo in materia di informazione. Per la prima volta, fu considerata la possibilità di utilizzare la tecnologia satellitare per controbilanciare il flusso di informazioni provenienti dai paesi non arabi, nella consapevolezza che esso rappresentava una minaccia per l’ordine regionale. 
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Qualche anno dopo, 3 satelliti del sistema Arabsat furono costruiti attraverso ASBU e messi in orbita dalla francese Aérospatiale. L’Arabia Saudita si offrì come maggiore investitore, mostrando in questo modo la chiara intenzione di mantenere un’influenza decisiva sul progetto. 
Quello che interessa evidenziare è il sostanziale fallimento del progetto regionale da un punto di vista di condivisione delle news. Nel 1973 venne ufficialmente inaugurato un sistema di scambio di news, basato sulla registrazione delle notizie locali su videocassette e sulla successiva distribuzione alle emittenti degli altri paesi dell’area. Già nel 1975, però, il rapporto riguardo alla situazione di questo sistema denunciò un sostanziale fallimento dello scambio informativo. 
Le innovazioni tecnologiche portarono, nel 1978, alla nascita di Arabvision = sistema di condivisione delle notizie sulla base delle reti di comunicazione spaziale. Tuttavia, la difficoltà di proporre un’informazione sulla base di valori arabi si accompagnò a profonda diffidenza e paura, da parte dei governi, nei confronti della circolazione di notizie. 
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È di questo periodo l’inizio della sfida saudita alla leadership egiziana nel campo della produzione massmediatica araba. 
La proposta televisiva saudita era quella di programmi attenti alla morale islamica e adatti alla famiglia, mentre le news erano trattate quasi con imbarazzo e comunque con la consapevolezza che nessuna notizia doveva arrecare danno ai “paesi fratelli”. 
La Guerra del Golfo del 1991 fu, per i leader arabi, una vera doccia fredda: il trionfo indiscusso di CNN, unico cronista degli avvenimenti nella regione, e soprattutto il successo massiccio tra le popolazioni locali, mostrò la clamorosa impreparazione mediorientale alla sfida dell’informazione globale: la gente guardava CNN e faceva confronti con i notiziari a cui era stata abituata. 
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I governi reagirono in modi diversi, ma in generale la possibilità di ricezione diretta dei canali satellitari spaventò moltissimo ⇒ un po’ in tutti i paesi dell’area del Golfo vennero emanati i cosiddetti dish ban = provvedimenti che vietavano l’installazione delle parabole nelle abitazioni private. La potenzialità globale della tecnologia satellitare si era comunque mostrata e l’Arabia Saudita si lanciò alla conquista di questo mercato ⇒ tra il 1991 e il 1994 furono inaugurati 3 canali satellitari, tutti di proprietà di persone vicine alla famiglia reale, e tutti e 3 con sede in Europa: 
1 − MBC (Middle East Broadcasting): trasmette dal 1991 e rappresenta il primo canale satellitare arabo che presti un’attenzione seria alle news. È il primo canale a guadagnarsi l’ambito appellativo di “CNN del mondo arabo”. Il ritorno alle news per il gruppo saudita è avvenuto in grande stile nel 2003, con la decisione di raccogliere la sfida dell’emittente qatarense Al Jazeera e partecipare al progetto Al Arabiya, emittente all news che oggi contende ad Al Jazeera il primato di “CNN araba”. 
2 − Orbit: iniziò le trasmissioni nel 1994. Sul fronte dell’informazione, la storia di Orbit è in qualche modo collegata a quella di Al Jazeera. Sono infatti del 1996 la nascita e l’immediata rottura di un accordo con il BBC Arabic Service per la creazione di un canale di news ⇒ i professionisti coinvolti nell’operazione, subito naufragata a causa della forte limitazione imposta dalla proprietà alla libertà editoriale, confluiranno quasi tutti nel team di Al Jazeera. 
3 − ART (Arab Radio and Television): lanciato nel 1994, l’emittente ha scelto di non trasmettere in alcun modo news, in modo da tenersi al riparo da problemi con le autorità e da critiche delle audience. 

La sfida tra Egitto e Arabia Saudita per la supremazia nel campo dei media si è estesa, con l’ingresso della tecnologia satellitare, fuori dei confini del mondo arabo, verso gli immigrati in tutto il mondo. Questa eterna competizione tuttavia, ha inciso pesantemente sulla qualità dei programmi, omogeneizzandoli nell’intrattenimento, privandoli di originalità e di linee caratteristiche per renderli accattivanti per tutti i parlanti arabo sparsi per il mondo ⇒ lo spazio della televisione satellitare araba deve coprire Europa, Asia e America, perché il target possibile è dislocato in tutto il mondo e pone una richiesta di informazioni provenienti dall’area mediorientale. Questa richiesta trovò una prima risposta nel 1991 con la nascita di MBC; una simile emittente, però, frustrava in parte il desiderio degli arabi della diaspora, perché il controllo della casa reale saudita su di essa si è mostrata forte fin dall’inizio, dando all’emittente un chiaro indirizzo politico e culturale. 
Tuttavia, da un punto di vista formale, MBC ha abituato gli arabi ad un nuovo tipo di televisione, molto “occidentale”, soprattutto per quanto riguarda le news. 
Dal momento in cui ha raggiunto l’indipendenza, nel 1971, fino agli inizi degli anni ’90, il Qatar ha tenuto un comportamento tendenzialmente di low profile nei confronti degli affari regionali. La politica estera di Doha, durante buona parte della reggenza dello sceicco Khalifa (padre di Hamad), si è limitata alla gestione dell’annosa rivalità con la casa regnante del Bahrein, inasprita dalla contesa per il controllo delle isole di Hawar e Fashat al Dibel: le abbondantissime riserve di gas, grazie alle quali il Qatar è diventato uno dei più contesi partner globali nella corsa agli approvvigionamenti energetici alternativi al petrolio, si trovano infatti prevalentemente offshore e interessano anche gli isolotti contesi. 
Nel giugno 1995, mentre il padre era a Ginevra, Hamad bin Khalifa Al Thani assunse, attraverso un golpe bianco, il controllo dell’emirato del Qatar. Egli era un uomo fortemente attratto dal modello occidentale ⇒ ha dato il via ad una serie di riforme del tutto anomale nell’ambito del mondo arabo. La più significativa è senza dubbio quella che riguarda l’avvio di un processo di “democratizzazione” del paese, processo cha ha significato elezioni amministrative e la convocazione di un’Assemblea costituente. Per la verità, la svolta democratica e filo-occidentale del paese mantiene ancora alcuni punti d’ombra e i progressi non sono molto superiori rispetto a quelli realizzati negli ultimi anni dalla maggior parte degli Stati del Golfo. 
In ogni caso, Al Thani ha dedicato una meticolosissima attenzione alla posizione del Qatar sullo scacchiere dell’area mediorientale: 
1 − il rapporto privilegiato con gli USA, creato attraverso la concessione di basi militari: per cementare questo rapporto, lo sceicco sta tentando di fare dell’emirato quel modello di paese arabo-islamico democratico tanto desiderato da Washington, 
2 − l’apertura al modello occidentale, estremamente pubblicizzata, 
3 − il continuo tentativo di porsi come protagonista nelle politiche regionali, 

rispecchiano l’intento di Al Thani di mostrare come anche un paese piccolissimo e storicamente inesistente come il Qatar possa candidarsi a ruoli chiave all’interno dell’instabile regione ⇒ le priorità del giovane Al Thani nei primi anni del suo regno sono chiare: 
1 − sfruttare appieno le potenzialità delle riserve di gas naturale 
2 − obbligare gli uomini forti del Medio Oriente a riconoscere al suo piccolo stato uno status paritario nella politica regionale 
1 − infastidire i prepotenti vicini del Golfo: l’odiato Bahrein, il Kuwait e soprattutto l’Arabia Saudita. 

L’emiro, inoltre, sta attuando una politica interna che, almeno sulla carta, amplia notevolmente le libertà d’espressione: è stato il primo leader arabo ad abolire il Ministero dell’Informazione, responsabile storico della censura più brutale. 

Tratto da I MEDIA E LA POLITICA INTERNAZIONALE di Elisa Bertacin
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