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Il cinema di Ermanno Olmi


Olmi dopo il successo del precedente film si impegna in un progetto che sfida tutte le regole del cinema commerciale:

1982, Cammina Cammina--> rivisitazione in chiave allegorica della leggenda dei Magi e della nascita di Gesù.  Il regista cura personalmente tutte le fasi della lavorazione e vive per mesi in mezzo ai suoi attori non professionisti. Ne deriva un film in cui la fede nel messaggio evangelico si fonda con una cultura del dubbio. Il corpo degli attori così realista stride con il registro fiabesco.

Dopo la malattia Olmi ritorna profondamente cambiato, fonda Ipotesi cinema e si dedica ad un nuovo cinema più propenso alla parabola e alla metafora.

1987, Lunga vita alla Signora --> racconto allegorico sull’esperienza di un ragazzo che assunto per lavorare come cameriere ad un ricevimento in onore del compleanno di una vecchia decrepita si sconvolge talmente tanto dal mondo degli adulti e dei suoi riti fasulli, che scappa.
1988 La leggenda del santo bevitore--> utilizza attori professionisti e racconta la vicenda di un clochard parigino che riceve da uno sconosciuto 200 franchi a patto che li restituisca alla chiesa dedicata a santa Teresa, come una versione moderna della parabola evangelica dei talenti.

Gira negli anni novanta Genesi, la creazione e il diluvio e Il segreto del bosco vecchio  in cui non riesce a convincere fino in fondo pubblico e critica ma torna dietro la macchina da presa per filmare il suo film più bello e compiuto.

2001, Il mestiere della armi--> Racconta in maniera non lineare gli ultimi giorni di vita di Giovanni delle Bande Nere colpito sul campo di battaglia da un colpo di falconetto (nuova arma da fuoco). E’ una panoramica non sulla fine di un uomo, ma anche sulla fine di un codice d’onore e di un modo di intendere e praticare la guerra. Si assiste anche alla radiografia di un personaggio che solo nella morte trova e definisce la propria identità, solo morendo il tempo si ferma definitivamente e si afferma il personaggio storico. Ritorna la tematica rosselliniana della fragile e precaria consapevolezza della propria identità, il film è dunque un requiem non sulla guerra ma sulla precarietà di ogni esistenza. Il film ha vari riferimenti letterari e pittorici. Il regista filtra la storia attraverso tutti i linguaggi possibili.
Il film celebra nel particolare la spersonalizzazione della guerra introdotta dalle armi da fuoco e al contempo la transitorietà dell’esistere.

Tratto da IL CINEMA ITALIANO TRA GLI ANNI '60 E '70 di Asia Marta Muci
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