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Intervento sulla tragedia greca del prof. Fornaro

Come premessa essenziale bisogna ricordare che la tragedia greca ci è giunta mutilata: abbiamo solo più lo scheletro verbale, ma dobbiamo tener conto che erano comprese anche la danza e la musica.
L’Antigone di Sofocle non è la sola, c’è anche la versione di Euripide (in cui lei tra l’altro si sposa) e altre: la stessa Cordelia shakespiriana ne è forse evocazione.
L’Antigone sofoclea ha in sé, in nuce, tutte le interpretazioni che saranno poi proprie del ‘900, anche se mutilata.
Sofocle fa rappresentare la tragedia nel 442 circa: in quel momento è anche un personaggio politico, era stato tesoriere ai tempi della lega ed ora era stato nominato stratego. Questa premessa è importante, così come è importante ricordare che la tragedia greca si pone come interpretazione del mondo, non cerca solo di dare una semplice idea politica. Attraverso la diversa concezione di Creonte e Antigone noi prendiamo coscienza ci quella che può essere la condizione umana, con le domande di sempre: cosa l’uomo deve chiedersi, quali le sue responsabilità, cosa deve aspettarsi…l’uomo infatti è costantemente diviso tra autodeterminazione (cioè che può controllare) e eterodeterminazione (ciò che è fato, destino…)
 
Prima dell’Anitgone, un altro tragediografo importante aveva fatto la sua comparsa: Eschilo. Con le Eumenidi, Oreste giunge ad Atene e lì cessa la persecuzione delle furie.  Atena aveva infatti istituito un tribunale, l’areopago, con il compito di dirimere i delitti e le controversie. È la proposta politica di Eschilo: le cose tragiche dell’uomo devono entrare nella vita dell’uomo civilmente organizzato. È una pacificazione,un argine all’evento catastrofico che rende meno probabile la catastrofe, il dolore inspiegabile.
I tempi di Eschilo erano già quelli di Pericle, quindi di Sofocle. La politica di Pericle faceva riferimento alla sofistica: Protagora aveva affermato che l’uomo è misura di tutte le cose.
Dunque, gli dei non possono che sostenere l’uomo nella sua avventura (politica), ma è l’uomo che decide il bene e il male e quindi può evitare, o perlomeno sminuire, la catastrofe.

Già nei primi versi della tragedia di Sofocle compare la parola strategos: è una spia per richiamare l’attenzione del pubblico. C’è l’idea che nel sovrano ci fosse tutta la legge da seguire, ma è la visione di Pericle, non di Sofocle.
Nel primo stasimo c’è la nota lode all’uomo del coro, con la distinzione tra l’apolis, il cittadino senza città, e l’oupsipolis, colui che invece si identifica totalmente nella città.
Creonte dichiara che il vero guaio dell’uomo e l’anarchia, il non obbedire a nessuna legge: ha una sua etica, da uomo di stato.
L’opposizione di Creonte e Antigone è stata interpretata oggi in senso politico-religioso.  Ma, pensando al precedente delle Eumenidi, la domanda che ci si pone è invece diversa.
Da che parte stanno gli dèi? Antigone è una nobile figura, ma propone una legge che vale per il clan, il ghenos. (cfr la posizione di Hegel sulla debolezza intrinseca di questa posizione, da superare con una visione di Stato).
L’inno all’uomo è limitato nel suo slancio da una considerazione: tutto viene limitato dalla morte. Allora, forse, l’uomo non è più misura di tutte le cose…è effimero.
Il verso in cui Antigone dice “sono nata per amare”  è importante. Usa il verso sunfilèin: filein èl’amore, non scevro dall’eros, ma il sun- indica il rapporto affettivo famigliare.
C’è quindi un rapporto famigliare, con qualche probabile implicazione morbosa.
Antigone tuttavia non è la sola a parlare di Eros; anche il coro, e attraverso le sue parole il poeta manda un messaggio anche al pubblico. Il poeta è al  di sopra del coro: la sua verità viene dibattuta e smentita spesso. Eros è l’aggancio per la vendetta: infatti Emone, innamorato di Antigone, si uccide, Euridice pure e quindi Creonte resta solo. Eros non vince in Emone, ma fa di lui un mezzo per la vendetta.
Ma vendetta di chi? Non di Antigone, a questo punto, ma degli dei.
Il primo che commette una colpa è Creonte, convinto che l’uomo sia misura di tutte le cose. Ma l’uomo ha un limite: se non lo riconosce commette adikia verso gli uomini e soprattutto verso gli altri dei.
Antigone stessa è uno strumento per la vendetta degli dei.
Gli dei greci, al contrario del dio cristiano, non hanno nessuna responsabilità della natura umana: quello che l’uomo patisce è dovuto alla sua stessa natura. Antigone non viene ripagata per i suoi meriti: l’uomo non può accampare diritti sugli dei, ha solo doveri.
Il vero dibattito è tra Creonte e gli dei, nella sua pretesa che tutti gli ordini si riducano a leggi dell’uomo. Sofocle è antisofistico.
Creonte ammette il suo torto, sarebbe bastata una piccola delazione di tempo…è un’interpretazione veramente tragica e veramente greca. In fondo la tragedia è un dibattito a scena aperta su cui la comunità è invitata a riflettere.
C’è un limite conoscitivo e operativo per l’uomo:deve rassegnarsi al fatto che gli eventi a cui partecipa non configurano un mondo di giustizia.

L’Antigone religiosa e quella politica sono entrambe presenti in Sofocle. Aristotele parlerà poi di catarsi, di emozione estetica, non di messaggio da discutere  con la comunità. Qualcuno ha visto nell’Antigone un pensiero precristiano, ma non si può parlare di tragedia (in fondo, per un cristiano, c’è la speranza della salvezza, ma il tragico è proprio il pensiero insoddisfatto, il dubbio).
Con Nietzsche assistiamo alla fine di ogni ontologia, di ogni metafisica, di ordine del mondo: da qui il relativismo e il nichilismo.
Il vero messaggio si Sofocle comprende tutte le Antigoni. Davvero è un archetipo.
Antigone è sola: è religiosa, ma si lamenta dei suoi dei. È una solitudine etica, ed è questa la vera dimensione tragica.
La fede è una sfida terrificante, quasi un gioco dell’assurdo: è l’assenza divina dal mondo, che troverà eco in letteratura nel cosiddetto “nichilismo cristiano”, con Dostoevskij e Camus. Il messaggio di questo mito è fortissimo, perché il mito, come dice anche Jung, esplora la zona dell’ombra, il limite dell’uomo, e per questo è sempre attuale.
Antigone torna in auge in Germania con Kant, che nel 1788 scrive la “critica della ragion pratica”. È sua la frase che l’uomo ha due certezze:la legge morale in me e il cielo stellato sopra di me.  È l’imperativo categorico.

Tratto da IL MITO DI ANTIGONE di Federica Maltese
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