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Le punizioni corporali inflitte nell'antica Roma

La violenza latente nella vita quotidiana trova una valvola di sicurezza, nella sfera privata, nelle punizioni corporali; vittime designate di tale aggressività sono naturalmente le categorie più deboli, segnatamente gli schiavi, la vita dei quali ha un valore assai limitato. Gli schiavi: a causa della propria inferiorità giuridica, gli schiavi erano sottoposti all’autorità del pater familias; nei processi pubblici, ove giudicati colpevoli, erano loro riservati i supplizi più atrici; nel corso degli interrogatori venivano sistematicamente sottoposti a tortura. Durante i secoli dell’Impero, specialmente per l’influsso della dottrina stoica e del cristianesimo, la loro condizione migliorò sensibilmente, sia dal punto di vista umano che dal punto di vista giuridico. Nondimeno la crudeltà e gli eccessi d’ira di alcuni padroni continuavano ad essere correnti. La prima rivolta degli schivi ebbe origine in Sicilia nel 136 a.C. e la scintilla fu proprio lo sconsiderato e crudelissimo comportamento tenuto nei loro riguardi da una coppia, Demfilo e Megallide, di Enna. I figli: la severità, che comunque impronta l’educazione in famiglia, si riflette anche nella scuola; punizioni corporali (percosse, bastoni, frustino di cuoio, ecc.) e scuola sembrano inscindibili a detta di molti scrittori. Le donne: non privi di crudeltà, a volte addirittura mortali, erano i castighi che si infliggevano nell’ambito delle mura domestiche alle donne per futili motivi (es., uscire col capo scoperto, bere, ecc.).
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