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L’essere come Gestell

Secondo Heidegger il pensiero occidentale si è sempre più indirizzato verso una visione nichilistica dell’essere stesso. La questione dell’essere è stata ormai obliata e con essa è stata obliata anche la consapevolezza di questo venir meno dell’essere. Heidegger interpreta la fine del pensiero dell’essere come Gestell, come “darsi impositivo” della tecnica (il prefisso Ge- indica “complessività”; stellen significa “posizionare”; il termine Ge-stell è traducibile con “comporre”, termine che, riferito alla tecnica, potrebbe indicare il fatto che essa si dà come composizione di parti; con Ge-stell Heidegger vuole, però, intendere propriamente il darsi perentorio, impositivo della tecnica).
Rispetto al darsi spontaneo dell’essere greco come φύσις, il darsi impositivo della tecnica è un darsi come accumulo. L’essere come φύσις era simile al fiume che scorre naturalmente dal cielo verso la terra e avvicina il divino all’umano. Il fiume che scorre naturalmente ci mostra il Geviert (“quartetto” tra cielo-terra e divini-mortali). L’essere tecnicizzato è simile al fiume imbrigliato dalle centrali idroelettriche che estraggono forzatamente risorse dalla natura al fine di accumularle.
Tratto caratterizzante della tecnica contemporanea è, dunque, il suo imporsi all’uomo. Se in età moderna la tecnica era uno strumento nelle mani dell’uomo in quanto suo prodotto, in età contemporanea, col compimento della metafisica occidentale, questa interpretazione non è più sostenibile: la tecnica non è più strumento nelle mani dell’uomo ma è essa stessa ad imporre le sue regole.
Tratto da L'ULTIMO HEIDEGGER di Carmine Ferrara
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