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Il culto e il potere sacerdotale a Roma

Il culto e il potere sacerdotale a Roma


Il culto e il potere sacerdotale erano anzitutto un attributo maschile sia sul piano pubblico che su quello privato. Questo non significa però che le donne fossero escluse dal culto. Sono note a tutti le funzioni sacerdotali femminili, quali il servizio di vestali di flaminica, nonché l’ufficio cultuale delle matrone, in pubblico e in privato. Va tuttavia osservato che quando una donna esercita un ruolo sacerdotale è sempre subordinata ad un uomo. Pur escluse dal ruolo principale esse ne occupavano tuttavia e necessariamente quello secondario, in quanto erano le indispensabili coadiutrici dell’uomo. L’atto sacerdotale è spesso presentato nelle tradizioni romane come una necessaria collaborazione di uomini e donne. Ma questa definizione è imprecisa; se gli uomini erano idonei per via del loro sesso (e col sostegno delle donne) a rappresentare gli interessi della comunità, era anche necessario che essi ne facessero intimamente parte. Di conseguenza solo i cittadini erano in grado di adempiere ad un incarico cultuale nella res publica e solo i maschi di una famiglia potevano occuparsi del culto domestico. Anche se non integrati nel sistema religioso romano, gli stranieri avevano la possibilità di celebrare il culto dei templi romani, a condizione che il senato o l’autorità competente li autorizzassero, fermo restando che in seno alle loro famiglie o comunità, essi non erano sottoposti ad alcuna restrizione. Il ministero sacerdotale non era tuttavia accessibile a tutti i cittadini in un qualsiasi contesto. Il sacerdozio non era una questione di vocazione ma di status sociale. Dato che gli atti religiosi erano celebrati a nome di una comunità, e non di singoli individui, solo cloro che erano destinati dalla loro nascita e dal loro status a rappresentarla esercitavano le funzioni sacerdotali. Nell’ambito della familia era il pater che si assumeva la responsabilità di ogni azione cultuale comunitaria come il sacrificio, i riti nuziali o funerari, sia che li officiasse personalmente o che delegasse i suoi poteri a un altor membro della famiglia, al figlio, al liberto o allo schiavo. I gesti sacerdotali erano quindi affidati a tutti quelli che erano o erano stati regolarmente eletti come magistrati o sacerdoti del popolo romano. Tutti gli altri magistrati, secondo il rango e le mansioni, dedicavano una parte del loro tempo ai riti sacrificali pubblici. L’altra grande competenza religiosa erano gli auspici: interrogare gli dei, Giove prima di tutti, sull’opportunità di compiere questo o quell’atto pubblico. I sacerdoti romani erano raggruppati in collegi o sodalizi, i cui effettivi erano chiusi.
Tratto da L'UOMO NELLA SOCIETÀ ROMANA di Alessia Muliere
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