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Il tema del cittadino fedele, opuscolo del 1647

Il tema del cittadino fedele, opuscolo del 1647


Il Cittadino Fedele, un opuscolo diffuso a Napoli durante la Rivoluzione del 1647, scritto probabilmente nel settembre dello stesso anno (poco dopo la nomina del Principe Toraldo d’Aragona a capitano generale avvenuta il 22 agosto e prima che la flotta di don Giovanni d’Austria giungesse nel golfo di Napoli per bombardarla il 1 ottobre), affronta un tema di grande importanza nella storia generale della prima età moderna e in quel particolare episodio (contrasto tra la capacità di reazione che dimostrò allora il popolo napoletano e l’immagine di torpore e decadenza morale del Regno di Napoli e dell’Italia del Seicento); va considerato come una delle prese di posizione che prepararono e sostennero la dichiarazione d‘indipendenza del 17 ottobre 1947; è denso di riferimenti dottrinari e improntato ad una chiara determinazione politica. Fu in seguito tolto dalla circolazione ed eliminato dalla congiuntura rivoluzionaria. Il
cittadino Fedele è importante soprattutto per il suo contenuto ideale: un principio generale e autentico di libertà. L’anonimo autore propone infatti un’idea nuova di fedeltà, contrapponendo ad un rapporto di sudditanza dinastico e personale, le esigenze politiche e civili, il valore e l’identità della comunità nazionale. Un mutamento profondo, una svolta ideale rispetto alla dominante fiducia nel potere e nell’opera riformatrice della monarchia, nel panorama secolare di subalternità e particolarismo offerto dalla storia della società napoletana e delle sue classi dirigenti. Tuttavia le posizioni in questo periodo furono contraddittorie; infatti la fedeltà dei sudditi (il dovere di lealtà, obbedienza e assistenza nei confronti del sovrano), esaltata e invocata nel mondo e nel pensiero politico dell’antico regime, fu alla base del rapporto monarchia-nazione e della funzione che la monarchia svolse nella creazione dello stato moderno. Tutti i sudditi erano tenuti ad nosservarla, a qualunque stato sociale appartenessero (il popolo di Napoli si attribuì per secoli l’appellativo di fedelissimo), ma spesso la professione di fedeltà, che apparteneva agli aspetti rituali dei rapporti fra sudditi e sovrano, fu spesso proclamata con eccessiva enfasi, talvolta quasi ossessiva, anche durante la rivoluzione del ’47. La spiegazione va cercata anzitutto nei contrasti che accompagnarono, al di là delle apparenze, l’affermazione del principio di fedeltà nell’epoca delle grandi monarchie. Esse furono maggiori e più intensi negli stati che, come il Regno di Napoli, facevano parte di un sistema monarchico plurinazionale e sperimentavano allo stesso tempo al loro interno tensioni sociali particolarmente forti.

Tratto da LA FEDELTÀ NEL '600 di Alessia Muliere
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