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Percorsi dell’individualità e socialità dal mondo antico alla modernità


Mondo antico, greco-romano (200-300 dc) la socialità dell’uomo è vista come un prodotto di quell’ordine naturale che ha immesso l’individuo nella sua organizzazione sociale, cioè nella polis. La polis non è solo la città, ma la città-stato per eccellenza, la comunità che garantisce ai cittadini la loro identità sociale e la loro libertà nei confronti di quanti sono fuori dall’in-group: gli schiavi e gli stranieri. La politeia è stata un dono che gli dei hanno fato agli uomini per tirarli fuori dalle foreste in cui essi vivevano come bestie e farli così vivere nell’ordine naturale dell’universo, al posto giusto che agli uomini compete. 
Medioevo e Cristianesimo (1000 dc) dominio spirituale, politico, sociale ed economico di una piccola minoranza mondo chiuso in classi e categorie mondo che “è come è e non può cambiare” individualità come atto di superficie, si dissolve, anziché affermarsi, all’interno dei gruppi L’oppressione del collettivismo multiplo del Medioevo (cioè delle rigide appartenenze alle gerarchie del vassallaggio o, nel caso dei non nobili, alle corporazioni dei mestieri, alle comunità territoriali, al servaggio della gleba: categorie cui si apparteneva per nascita, o quasi, e per sempre) ha così conferito al termine individuo un’aura ambigua: l’individuo è colui che è potuto sfuggire al gruppo solo mediante qualche misfatto. È “colui che è sospetto”. 
L’individuo della modernità 
Umanesimo e Rinascimento (1400-1500 dc) idea dell’essere umano come individualità: come uno, cioè, capace di pensare a sé ed al mondo in modo autonomo e di agire in quanto tale (non solo partecipa ai cambiamenti del mondo ma di quei cambiamenti può essere artefice sul piano della fabbricazione di oggetti, del commercio, della produzione artistica e della politica) la capacità di fare assume uno speciale rilievo perché fare significa anche farsi cioè riconoscere a se stesso una capacità di autodeterminazione, di dirigere il proprio agire e la propria esistenza in base a scelte e decisioni personali che impegnano esclusivamente ogni individuo nel pieno della sua autonomia e della sua responsabilità motivazione dell’emergere dell’individuo nel  Rinascimento ed Umanesimo: l’Impero è lontano, la sua autorità in molte parti della cristianità è più teorica che reale; la Chiesa è sempre più coinvolta nelle vicende temporali: si avvia a diventare una potenza terrena tra le altre. L’idea di una comunità globale del mondo cristiano si va frantumando rapidamente. Le città in crescita divengono i centri di un nuovo modo di esistere in cui non più la fedeltà ma l’abilità diviene la dote necessaria per sopravvivere. {Leonardo sentimento di sé come costruttore di opere e senso di una identità che attraverso l’opera permane tra le vicissitudini sociali. Machiavelli “Il Principe” l’azione, pur promossa e guidata dall’uomo, può avere esiti differenti da quelli previsti. La fortuna ed il caso hanno larga parte nelle cose umane. Ma la scelta e la decisione umana, sostenute dall’abilità (la “virtù”) hanno altrettanto peso.} 
Il soggetto, la coscienza, la ragione 
Cartesio (1600 dc) il significato del “cogito ergo sum” cartesiano è quello di ancorare la certezza di noi stessi non all’esperienza che facciamo del mondo e neppure a quanto la nostra azione può produrre nel mondo, ma alla capacità del pensiero: che è capace non solo di pensare al mondo (quale che esso sia e comunque esista o non esista) ma di pensare a se stesso. La capacità del pensiero è quella di farci pensare a noi stessi pensanti. Il soggetto pensante è quindi una coscienza che è non solo e non tanto coscienza del mondo esterno, ma coscienza di sé. Coscienza, dunque, non solo come una qualche forma di consapevolezza (come la psicologia in generale la intende in quelle non frequenti occasioni in cui se ne occupa), ma una relazione intrinseca dell’uomo con se stesso “un rapporto mediante il quale egli può conoscersi in modo immediato e privilegiato” la coscienza viene così a compendiare “l’intera vita spirituale dell’uomo in tutte le sue manifestazioni dal sentire, al ragionare, al volere […] la sua sfera è quella stessa dell’io pensante”. 
Concezione di individualità come “spartiacque” L’individuo trova dunque in sé le ragioni del suo essere un io come persona: non delle “maschere” che può indossare nel mondo (o che lo possono obbligare ad indossare) ma nella relazione con se stesso che la coscienza gli permette. Questa concezione del soggetto e dell’io costituisce, come si vede, un vero spartiacque tra il vecchio mondo ed il nuovo che si addentra nella modernità. Un nuovo modo di intendere l’individuo umano non solo come uno tra i molti (sia pure ben identificato dal suo esistere e dal suo fare) ma come uno che può interamente assumersi il confronto con le cose: conoscerle, amarle, giudicarle soprattutto. È in definitiva quest’idea che permetterà a John Locke (1632-1704) di elaborare il concetto di “identità” e ad Immanuel Kant di formulare quella che permane come una delle più forti concezioni della “responsabilità” e della “condotta morale”. 
Locke e “l’esperire” “Saggio sull’intelletto umano” Ogni nostra conoscenza ci deriva dall’esperienza: è questa che ci fornisce le idee e che, nel contempo è lo strumento per verificarne la validità l’esperienza costruisce il nostro mondo mentale nel suo fluire nel tempo e nelle situazioni (WILLIAM JAMES riprenderà questa tesi nei suoi PRINCIPI DI PSICOLOGIA) ma la multiformità delle esperienze ed il loro succedersi non intacca l’unità e la continuità del senso che l’essere umano ha di se stesso, in quanto individuo specifico, perché quest’unità e questa continuità sono garantite dall’io come coscienza di sé. È a Locke che dobbiamo il concetto oggi diventato pervasivo in psicologia di “self”: “ciascuno è per se stesso quello che egli definisce self, la persona è un self intelligente e pensante, un essere, cioè, che può considerare se stesso, cioè la cosa pensante che egli è, in luoghi e tempi diversi”. Il concetto di self ha anche una funzione sociale: gli serve a sostenere, insieme, sia una rigorosa difesa dell’individuo e dei suoi diritti nei confronti dello stato, sia una concezione consensuale, contrattualistica (e potremmo dire democratica) dello stato stesso e dei limiti che esso deve avere. 
Kant ragione come strumento di conoscenza perché permette di valicare il senso stesso dell’esperienza “strumento critico” perché ci permette di cogliere anche i limiti della conoscenza e di renderla problematica quest’idea della ragione che eleva l’uomo rende Kant uno dei massimi esponenti dell’Illuminismo. L’“io come soggetto” di Kant non è un essere isolato sul piano morale e sociale la mia dignità è direttamente legata alla dignità dell’Altro. 
 
sul piano cognitivo sa che esiste una realtà, una cosa in sé, indipendentemente dalla sua esperienza. 
Kant creatività, pensiero e libertà di scelta MA anche esistenza di una realtà oggettiva e dei limiti dati dall’autodeterminazione dell’uomo come “essere razionale finito” (cfr. Platone) 

≠ Idealismo assoluto di Fichte e Schelling Ponendo l’Io al centro di un mondo in cui “la cosa in sé” non esiste più, facendo quindi dell’Io il depositario di tutta la realtà possibile, amplifica infinitamente il suo soggetto, e nello stesso tempo soggettivizza in toto la realtà. Anche l’azione perde ogni limitazione, sia al suo principio di autodeterminazione (assolutizzato al soggetto), che al suo fine come operazione dello spirito capace di trascendere il mondo umano. In tale quadro resta poco spazio per l’individuo concreto, per una critica reale delle situazioni e per l’impegno che gli uomini possono mettere in campo per cercare di modificarle. 
Questo “super-soggetto” elevato a grandezza del mondo ha in sé le radici del suo crollo, che avverrà per mano dei tre grandi “Maestri del Sospetto”: Marx, Nietzsche, Freud. 
Marx non le idee ma i rapporti di potere determinati dai rapporti di produzione, e quindi l’attività materiale in cui l’uomo è impegnato nella sua storia, costruiscono ciò che sta alla base del mondo “Non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza” Le idee (valori, principi, massime conoscitive e morali) non sono che ideologie: cioè rivestimenti che celano quella realtà vera di conflitti materiali tra dominanti e dominati in cui siamo immersi. 
Nietzsche Il conflitto che domina la vita sociale è dentro l’individuo stesso, concepito non più quale “centro ultimo della scelta e della responsabilità, ma come campo di lotte tra impulsi opposti; il suo comportamento è sempre e soltanto il risultato di equilibri provvisori raggiunti da tali impulsi. La coscienza, poi, che la morale ha sempre considerato come l’istanza suprema, è solo la maschera di questi giochi di forze, che essa non determina ma si limita a registrare”. 
Freud il mondo interno dell’uomo è un regno di conflitti; al centro della vita psichica sta un mondo inconscio le cui vicissitudini passano completamente al di là dell’esperienza cosciente. Egli sottolinea la presunzione dell’uomo di “sentirsi sovrano della propria coscienza” pensando che psichico sia identico a cosciente e fidandosi del “servizio di informazioni della coscienza” e quindi di quella realtà che l’Io gli presenta. L’Io, luogo di resistenza, è un distorcitore della realtà. Il fatto che la “vita pulsionale della sessualità non si può domare completamente in noi, e che i processi psichici sono per se stessi inconsci” indica chiaramente “che l’Io non è padrone in casa propria”. 

Tratto da LA PSICOLOGIA DI COMUNITÀ di Ivan Ferrero
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