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Femminismo socialista e Femminismo “borghese”. Mozzoni e Kuliscioff


I socialisti ( v. in particolare Anna Kuliscioff, medico, attivista socialista, fondatrice del partito socialista italiano insieme a Filippo Turati) si battono contro lo sfruttamento dei lavoratori e, all’ interno della classe lavoratrice, pongono l’ accento sullo sfruttamento delle donne e dei bambini; chiedono orari di lavoro meno pesanti, migliori retribuzioni, garanzie dagli infortuni, tutela a favore della maternità. La lotta a favore delle donne si configura per i socialisti soprattutto come una lotta a favore delle donne lavoratrici della classe operaia e per l’ ottenimento di miglioramenti economici e materiali.
Contemporaneamente , si sviluppa un altro filone femminista , di estrazione prevalentemente borghese. Le donne della borghesia, alla fine dell’ Ottocento e all’ inizio del Novecento, sono escluse dal lavoro e vogliono lavorare. Chiedono, perciò, per le donne, il diritto all’ istruzione, anche superiore, il diritto di accedere alle professioni, i diritti civili e politici. Questo femminismo borghese si presenta  più avanzato e moderno del femminismo socialista. Ne è esponente di rilievo Anna Maria Mozzoni ( 1837- 1920), anche lei esponente del partito socialista, ma in polemica con la Kuliscioff, che considera troppo limitata nelle sue istanze a favore delle donne. Per la Mozzoni l’ oppressione delle donne non si combatte solo chiedendo miglioramenti economici, ma con una riforma più radicale, che investa la famiglia, la società, il rapporto fra i sessi, la mentalità.
Tratto da LA QUESTIONE FEMMINILE IN ITALIA di Loredana Rossi
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