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Auschwitz o dell’orrore estremo


Pur non avendo fatto esperienza diretta dei campi di sterminio, Hannah Arendt ne fornisce un’analisi che, su alcuni punti cruciali, concorda con quella di Levi. A cominciare dalla convinzione che i lager, come leggiamo ne Le origini del totalitarismo, costituiscano lo stadio finale di un processo volto a “impadronirsi interamente dell’uomo” e ad annientano in maniera sistematica. Nel sistema concentrazionario nazista “non è in gioco la sofferenza. È in gioco la natura umana in quanto tale”.
Il punto decisivo, nell’argomentazione di Arendt, è l’uccisione dell’unicità come crimine ontologico primario. Ed è precisamente a partire da questo che la sua riflessione può trascorrere dal male radicale al terrore totale. L’unicità è notoriamente una categoria cruciale del pensiero arendtiano.
Secondo lei, l’orrore dei campi di sterminio consiste precisamente nell’esito di un regime che “non mira a un governo dispotico sugli uomini, bensì appunto a un sistema che li renda superflui”. Il lager ha “fabbricato” la superfluità degli esseri umani.
Arendt, come Levi, è fra coloro che, per primi, hanno sottolineato con convinzione la novità dell’orrore nazista. Che Auschwitz costituisca un unicum nella storia della violenza è, del resto, un’idea ormai condivisa da pressoché tutta la letteratura sull’orrore totalitario.
Tratto da LA VIOLENZA SULL'INERME di Anna Bosetti
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