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Etimologie: orrori ovvero dello smembramento


Sebbene sia spesso affiancato al terrore, l’orrore mostra di avere caratteristiche opposte. Etimologicamente allude al rizzarsi dei peli (la pelle d’oca) e dei capelli. Questa nota manifestazione fisica dell’orrore viene sovente collegata a quella, altrettanto nota, dell’agghiacciarsi, probabilmente per l’ovvia connessione con la pelle d’oca come reazione fisiologica al freddo.
L’orrore più che la paura, riguarda la ripugnanza. Lo testimonia la figura che costituisce l’incarnazione dell’orrore nella mitologia greca, ossia Medusa, l’unica sorella mortale fra le Gorgoni. Con i suoi capelli irti e serpentini, essa agghiaccia e paralizza. Secondo la leggenda di Perseo sua arma micidiale è lo sguardo.
Medusa è una testa mozzata. Ripugna, innanzitutto, al corpo il suo smembramento, la violenza che lo disfa e lo sfigura. Spesso si ipotizza che Medusa rappresenti l’inguardabililà della propria morte. La tesi è facilmente argomentabile in base ad alcuni elementi del mito; fra questi: la pietrificazione del corpo che evoca la rigidità del cadavere, e lo specchio che allude all’identificazione del sé nella morte dell’altro.
La fisica dell’orrore non ha a che fare con la reazione istintiva di fronte alla minaccia di morte. Ha piuttosto a che fare con l’istintivo disgusto per una violenza che, non accontentandosi di uccidere perché uccidere sarebbe troppo poco, mira a distruggere l’unicità del corpo. Carneficine, massacri, torture, e altre violenze
ancor più crudamente sottili, fanno parte integrante del quadro.
Scene dell'orrore
Le cronache dei nostri giorni ci offrono alcuni casi esemplari del repertorio dell’orrore. Chiamato a riconoscere i resti della figlia — una giovane cecena che si era fatta saltare in aria con una cintura esplosiva un padre ha dichiarato: “Di mia figlia era rimasta solo la testa. Aveva i capelli arruffati, proprio come se fosse stato il vento a scompigliarglieli. [...] Oltre alla testa erano rimasti anche una spalluccia e un ditino con l’unghia. Misi tutto insieme nel pacchetto. Che la detonazione di un esplosivo portato come cintura polverizzi l’addome e stacchi di netto la testa è un fenomeno ormai noto. Come altrettanto nota è una carneficina sulla scena delle stragi che rende difficile ricomporre i brandelli dei corpi delle vittime per procedere al conto delle salme e al loro riconoscimento. Data la difficoltà dell’operazione, gli scambi di membra, fra vittime e carnefici, sono frequenti. TI corpo disfatto perde la sua individualità. La violenza che lo smembra offende la dignità che la figura umana possiede e lo rende inguardabile.

L’iconografia della Rivoluzione francese ha reso famigliari le teste decollate mostrate dal boia alla folla. Con tutta evidenza, la questione non è qui uccidere bensì disumanizzare, infierire sul corpo in quanto corpo, distruggerlo nella sua unità figurale, sconciarlo.
Tratto da LA VIOLENZA SULL'INERME di Anna Bosetti
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