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L'ascesa del fascismo


Giolitti si dimise all’inizio di luglio, il suo successore Ivanoe Bonomi favorì una tregua d’armi tra le due parti in lotta raggiunta nell’agosto ’21 con la firma di un patto di pacificazione. I “ras” (I capi locali del fascismo agrario) sabotarono in ogni modo il patto di pacificazione e giunsero a mettere in discussione la leadership di Mussolini. Mussolini allora sconfessò il patto di pacificazione, nasce così il PNF (Partito Nazionale Fascista). Nel febbraio ’22 la guida del governo fu affidata a Luigi Facta, la scarsa autorità politica del nuovo governo finì col dare ulteriore spazio alla dilagante violenza squadrista, il fascismo si rese protagonista a partire dalla primavera del ’22 di operazioni sempre più ampie e clamorose che coinvolgevano intere province. All’offensiva del fascismo i socialisti non seppero opporre risposte efficaci anzi in un congresso tenutosi a Roma i riformisti guidati da Turati abbandonarono il Psi per fondare il nuovo Partito Socialista Unitario Psu.

Assicuratosi il controllo della piazza e sbaragliato il movimento operaio, il fascismo era costretto a porsi il problema della conquista dello stato, cominciò così a prender corpo il progetto di una marcia su Roma fissato al 27 Ottobre 1922.
Per quanto numerose le squadre fasciste erano pur sempre delle bande indisciplinate ed equipaggiate in modo approssimativo, non certo in grado di affrontare uno scontro con l’esercito regolare, in effetti fu l’atteggiamento del re a risultare decisivo. Vittorio Emanuele III si rifiutò di firmare la proclamazione dello stato d’assedio cioè il passaggio dei poteri alle autorità militari, il rifiuto del re aprì alle camice nere la strada di Roma. Forte della presa ottenuta senza colpo ferire, Mussolini chiese ed ottenne di presiedere il governo. La mattina del 30 Ottobre Mussolini fu ricevuto dal re, la crisi si era dunque risolta in modo quantomeno ambiguo.

Mussolini continuò ad alternare la linea dura da quella morbida, le promesse di normalizzazione moderata alle minacce di una seconda ondata rivoluzionaria. Nel dicembre 1922 fu istituito il Gran Consiglio del Fascismo, il raccordo tra partito e governo. Nel gennai 1923 le squadre fasciste furono inquadrate nella milizia volontaria per la sicurezza nazionale. L’istituzionalizzazione della milizia non servi a far cessare le violenze contro gli oppositori, le vittime principali furono i comunisti, costretti ad una sorta di semiclandestinità. La compressione salariale era una componente importante della politica economica del governo, cioè: la politica liberista. Tra il 1922 e il 1925 vi fu un notevole aumento della produzione sia industriale che agricola, e il bilancio dello stato tornò in pareggio. Un sostegno decisivo Mussolini lo ebbe dalla Chiesa cattolica: la riforma scolastica varata nel 1923 dal ministro della pubblica istruzione Giovanni Gentile andava incontro alle attese del mondo cattolico (religione nella scuole elementari, esami di stato al termine di ogni ciclo di studi). La prima vittima dell’avvicinamento tra la chiesa ed il fascismo fu il Partito Popolare. Mussolini aveva il problema di rafforzare la sua maggioranza parlamentare; fu questo lo scopo della nuova legge elettorale maggioritaria varata nel luglio ’23: la legge avvantaggiava vistosamente la lista che avesse ottenuto la maggioranza relativa ( almeno 25% dei voti) assegnandole i 2/3 dei seggi disponibili. Le forze antifasciste erano profondamente divise: i due partiti socialisti, i comunisti, i popolari, i liberali di opposizione si presentarono ciascuno con proprie liste, il che significava una sicura sconfitta. La scontata vittoria fascista assunse proporzioni clamorose tanto da rendere inutile il meccanismo della legge maggioritaria, le liste nazionali ottennero infatti il 65% dei voti e più dei ¾ dei seggi.
Tratto da PICCOLO BIGNAMI DI STORIA CONTEMPORANEA di Marco Cappuccini
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