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La caduta di Crispi - 1896 -



A partire dal 1896, anno della caduta di Crispi, la politica estera italiana subì una netta correzione di rotta. Fu attenuata, pur senza rinnegare il vincolo della Triplice, la linea rigidamente filotedesca seguita nel precedente decennio. Il conseguente iglioramento dei rapporti con la Francia portò, nel 1898, alla firma di un nuovo trattato di commercio e, nel 1902, a un accordo per la divisione delle sfere di influenza in Africa settentrionale: accordo con cui l’Italia otteneva il riconoscimento dei suoi diritti di priorità sulla Libia, lasciando in cambio mano libera alla Francia nel Marocco.
Il riconoscimento italiano delle aspirazioni francesi sul Marocco non piacque naturalmente ai tedeschi, e meno ancora piacque agli italiani il modo in cui l’Austria-Ungheria, con l’appoggio della Germania, procedette unilateralmente, e senza preventive consultazioni, all’annessione della Bosnia-Erzegovina nel 1908. In questo clima politico e culturale potè sorgere e affermarsi un movimento nazionalista che si diede una struttura organizzativa alla fine del 1910 con la fondazione dell’Associazione nazionalista italiana. Dalle colonne del niovo periodico romani “L’idea nazionale”, venne data vita a una martellante campagna in favore della conquista della Libia. In questa campagna i nazionalisti trovarono potenti alleati nei gruppi cattolico-moderati legati alla finanza vaticana e in particolare al Banco di Roma, da anni impegnato in una opera di penetrazione economica in terra libica. Sia la pressione dei gruppi egati al Banco di Roma, sia la campagna della stampa nazionalista contribuirono a spingere l’Italia sulla via dell’intervento. La spinta decisiva venne però dalle vicende della politica internazionale, in particolare dagli sviluppi della seconda “crisi marocchina” dell’estate 1911. Quando apparve chiaro che la Francia si apprestava a imporre il suo protettorato sul Marocco, il governo italiano ritenne giunto il momento di far valere gli accordi del 1902 e nel settempre 1911 inviò sulle coste libiche un contingente di 35.000 uomini, scontrandosi però contro la reazione dell’Impero turco, che esercitava su quei territori una sovranità poco più che nominale. La guerra fu più lunga e difficile del previsto, così l’Italia dovette non solo rinforzare il corpo di spedizione (che fu portato a circa 100.000 unità), ma anche estendere il teatro di guerra al Mare Egeo, occupando l’isola di Rodi e l’arcipelago del Dodecanneso. Solo nell’ottobtre 1912 i turchi acconsentirono a firmare la pace di Losanna, rinunciando alla sovranità politica sulla Libia e conservando per il sultano un’autorità religiosa sulle popolazioni musulmane. Dal punto di vista economica, poi, la conquista della Libia si rivelò un pessimo affare. I costi della guerra furono molto pesanti; le ricchezze naturali favoleggiate dai nazionalisti si scoprirono scarse o inesistenti (nessuno sospettava allora la presenza di petrolio sotto lo “scatolone di sabbia” del deserto libico); la colonizzazione delle zone costiere non bastò ad assorbire quote consistenti di lavoratori. Il successo politico e propagandistico dell’impresa non si risolse in un durevole consolidamento del governo. Al contrario, la guerra di Libia, rintroducendo elementi di radicalizzazione nel dibattito politico, scosse pericolosamente gli equilibri su cui si reggeva il sistema giolittiano e favorì il rafforzamento delle ali estreme.

Tratto da PICCOLO BIGNAMI DI STORIA CONTEMPORANEA di Marco Cappuccini
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