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La situazione in Estremo Oriente negli anni '70


All’indomani della guerra del kippur, il presidente egiziano Sadat cercò una soluzione al conflitto con Israele, avvicinandosi anche agli USA. Nel ’74-’75 espulse i tecnici sovietici dall’Egitto, congelò i rapporti con l’URSS e impresse alla sua politica estera un segno filo-occidentale. Nel novembre ’77 a Gerusalemme offriva la sua pace. Con la mediazione del presidente americano Carter agli accordi di Camp David del ’78, l’Egitto ottenne la restituzione del Sinai e stipulò con Israele un trattato di pace. I negoziati previsti a Camp David per un regolamento della regione palestinese furono ostacolati dagli stati arabi e dall’OLP. Successivamente la stessa dirigenza dell’OLP assunse posizioni più morbide, e si dissero disposti a trattare con Israele e a riconoscerne l’esistenza in cambio del suo ritiro dai territori occupati, Cisgiordania e striscia di Gaza. A questo punto però i dirigenti dello stato ebraico rifiutarono la trattativa con l’OLP, opponendosi alla creazione di uno stato palestinese. La tensione crebbe a partire dalla fine dell’87, quando i palestinesi dei territori occupati diedero vita a una lunga e diffusa rivolta detta “intifada” contro gli occupanti che reagirono con una dura repressione. La questione palestinese si ripercosse anche sul Libano, dove l’OLP aveva trasferito le sue basi. Dal ’75 il Libano entrava in uno stato di cronica e sanguinosa guerra civile a colpi di attentati, soprattutto a danno della popolazione. Il successivo invio a Beirut di una forza internazionale di pace da parte di USA, Francia, Italia e Gran Bretagna, consentì l’evacuazione dei combattenti dell’OLP ma non servì a riportare la calma nel paese. La forza fu ritirata nell’84, dopo una serie di attentati contro i contingenti americano e francese.

Un altro scontro di lunga durata fu quello che oppose le forze laiche ai movimenti integralisti. Le forze laiche avevano la loro roccaforte nella Turchia, paese rivolto più verso l’Europa che verso l’Asia, membro della NATO e retto da istituzioni di tipo occidentale. Le correnti integraliste trovarono una base di riferimento in Iran, paese ricco di petrolio e collocato in una posizione strategica per il controllo delle rotte petrolifere. Il paese era stato governato con metodi autoritari dallo scià (imperatore) Rheza Pahlavi. La sua politica suscitò un movimento di protesta popolare. Nel ’79 dovette abbandonare il paese. In Iran si stabilì così una repubblica islamica, basata sui dettami del Corano e guidata dall’ayatollah Komeini, massima autorità dei mussulmani sciiti. Il nuovo regime entrò subito in contrasto con gli Stati Uniti. Per oltre un anno il personale dell’ambasciata Usa a Teheran fu tenuto prigioniero da un gruppo di militanti islamici; gli ostaggi furono liberati nell’aprile ’80. L’Iran fu attaccato nel settembre ’80 dal vicino Iraq, che cercava di approfittare della situazione per impadronirsi di alcuni territori da tempo contesi dai due paesi. La guerra si protrasse per otto anni e si risolse in una spaventosa quanto inutile carneficina. Il cessate il fuoco, nel luglio ’88, trovò infatti i contendenti sulle stesse posizioni dell’inizio del conflitto. La morte, l’anno successivo, dell’ayatollah Komeini aprì qualche spazio alle componenti meno estremiste del regime iraniano.
Tratto da PICCOLO BIGNAMI DI STORIA CONTEMPORANEA di Marco Cappuccini
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