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Le teorie sul comportamento umano


Tra l'Ottocento e il Novecento si sono sviluppati 5 modelli teorici di spiegazione del comportamento umano in stretto rapporto con lo sviluppo delle scienze naturali e del positivismo. Si tratta di modelli molto generali che hanno alla base una specifica idea della natura umana e delle possibili motivazioni del comportamento. Questi modelli si sono originati in ambito psicologico e sono stati poi utilizzati anche altre nelle altre scienze umane proprio per il fatto che esse tutte hanno in definitiva in comune l'obbiettivo di comprendere il comportamento.

1. Modello biologico: all'origine di questa concezione ci sono le grandi scoperte dell'evoluzionismo darwiano della metà dell'Ottocento. L'idea di fondo, che transitò dalle scienze naturali alla psicologia, il processo di selezione per adattamento governa le caratteristiche morfologiche e funzionali degli esseri viventi e governa i comportamenti, le motivazioni e le disposizioni personali. Quindi un determinato tratto comportamentale (come ad esempio l'aggressività) è il risultato di un lungo processo evolutivo, nel corso del quale quel tratto è stato selezionato come utile alla sopravvivenza.

Tra fine Ottocento e inizio Novecento si svilupparono diversi approcci:
- psicometrico: misura le potenzialità intellettive, evidenziandone la base ereditaria e le possibili correlazioni con l'appartenenza a gruppi etnici e nazionali
- istintualista: riconduce il comportamento a specifici istinti, che si sono sviluppati per la loro funzione adattativa ( darwinismo sociale = sopravvivenza del più adatto)
- funzionalista: valorizza il ruolo delle motivazioni, dei comportamenti, per l'equilibrio e lo sviluppo del sistema in cui si inserisce
- psicologia evoluzionista: approccio più recente che esamina i processi psicologici in funzione della loro utilità per la soluzione dei problemi di adattamento
Questi approcci vennero però criticati per la loro natura eccessivamente deterministica e perché sono una iper-semplificazione delle ragioni dell'azione umana nel momento che tutti i comportamenti verrebbero ricondotti in ultima analisi a poche fondamentali motivazioni di base, tutte centrate intorno al tema della sopravvivenza.

2. Ruolo delle dinamiche sociali: approccio della psicoanalisi sviluppato da Sigmund Freud. L' orientamento psicoanalitico tende a spiegare tanto l'individuo, con le sue caratteristiche/disposizioni/motivazioni, quanto le relazioni interpersonali e la società nel suo complesso, facendo riferimento a dinamiche inconsce. Per Freud il comportamento è l'esito di processi che si svolgono al di sotto del livello di consapevolezza degli individui, in un mondo spesso oscuro e misterioso al quale si può accedere solo in modo molto parziale, con le tecniche messe a punto nella pratica psicoanalitica. In questo mondo inconscio si svolge una lotta costante tra le pulsioni e le richieste della realtà esterna/norme/meccanismi di difesa. La prospettiva psicoanalitica è diventata una delle più importanti modalità di interpretazione del comportamento umano. Nell'ambito della psicoanalisi si sono sviluppati, in polemica con Freud due filoni ( psicoanalisi culturalista e la psicoanalisi interpersonale) che hanno valorizzato le dimensioni relazionali e comunicative nella strutturazione della personalità e si sono sviluppate anche le collaborazioni interdisciplinari come l'antropologia psicologica che esplora il ruolo della cultura, dell'organizzazione sociale e delle pratiche di allevamento e socializzazione nella strutturazione della personalità.

3. Spiegazione comportamentista: si sviluppa negli Stati Uniti nella prima metà del Novecento, questa corrente si sviluppa grazie anche alle influenze dei risultati degli esperimenti di riflessologia condotti da Pavlov. Il comportamentismo è una prospettiva di ricerca psicologica che esclude dal campo di studio tutto ciò che non è direttamente osservabile e quantificabile. Si riferisce cioè ai comportamenti che possono essere spiegati come reazione agli stimoli che provengono dall'ambiente. I processi elaborativi mentali intermedi tra lo Stimolo e la Risposta non vengono esaminati perché non direttamente osservabili, anche se si ritiene che esistano. Per questo modello la psicologia deve essere oggettiva e quindi non può prendere in considerazione la soggettività e la coscienza. Gli stimoli possono essere distinti tra antecedenti all'azione (cercano di produrre/indurre un determinato comportamento) e conseguenti all'azione (le reazioni che l'individuo ottiene dall'ambiente in risposta alla sua azione, definite rinforzi). A seconda del valore positivo o negativo dei rinforzi aumenta o diminuisce la probabilità che uno specifico comportamento si ripeta.
Watson è il fondatore della psicologia comportamentista con il manifesto del 1913, riteneva che quasi tutti i comportamenti sono conseguenti al condizionamento e che l'ambiente modella il comportamento rinforzando specifiche abitudini. Le differenze tra gli individui non sono innate/ereditarie ma dipendenti da esperienze di apprendimento o condizionamento.
In questo modello nasce un dibattito tra i più radicali e i meno radicali: i più radicali (tra cui Skinner) vedono la mente come una black box (= scatola nera) la cui conoscenza non è oggetto di interesse visto che si può comprendere il comportamento semplicemente osservando le sue manifestazioni esterne, i meno radicali credono che tra Stimolo e Risposta ci sia la mediazione dell'Organismo, ovvero le abitudini, le preferenze e le intenzioni di un individuo che trasforma il modello da S-R a S-O-R. il riconoscimento da parte di Tolman che il rapporto tra S e R è mediato da “mappe cognitive” apre lo sviluppo alla teoria cognitiva.

4. Prospettiva cognitiva: il punto di partenza è l'idea che il comportamento dell'individuo possa essere interpretato solo partendo dalla comprensione dei processi di funzionamento della mente umana. Gli stimoli che provengono dal mondo esterno sono come informazioni che la mente rielabora. Ci si rapporta la mondo esterno non in relazione alle sue caratteristiche oggettive, ma in relazione al modo in cui tale caratteristiche sono percepite/memorizzate/rielaborate in una rappresentazione del mondo (= rappresentazione del reale ambiente nel quale si svolge la nostra azione). C'è uno scarto possibile tra le caratteristiche oggettive del mondo e la sua rappresentazione mentale.
Sono state analizzate le diverse fasi del percorso di trattamento delle informazioni: percezione (con riferimento ai processi di selezione, organizzazione, categorizzazione e schematizzazione), la memoria (a breve e lungo termine), i processi decisionali e la soluzione dei problemi (= problem solving).

Per la psicologia sociale l'approccio cognitivo si è tradotto in cognizione sociale che si occupa dei modi in cui si realizza la conoscenza di sé e del mondo sociale.
Le tematiche maggiormente studiate sono:
• La percezione delle persone: i processi di integrazione dei diversi elementi in un tutto organizzato e processi di inferenza che ci permettono di farci un'idea di elementi che non conosciamo a partire da quelli di cui abbiamo esperienza
• Gli stereotipi: ossia le aspettative e le credenze nei confronti delle persone in base al loro gruppo di appartenenza
• Le attribuzioni causali: che orientano nel giudicare gli eventi
• Gli schemi: cioè forme predefinite di strutturazione della conoscenza che guidano nella raccolta e elaborazione delle informazioni
• Le eucaristiche di giudizio: ovvero scorciatoie di pensiero

I limiti dell'approccio cognitivista sono:
• Il determinismo tra elementi del mondo esterno e le azioni dell'individuo. L'ottica cognitivista amplia il ruolo di mediazione, che già i comportamentisti avevano assegnato ai processi mentali individuali, ma non ne altera la sostanza poiché dato un certo Stimolo e date certe caratteristiche del sistema cognitivo non può che seguire una certa elaborazione e dunque una Risposta comportamentale.
• La prevalenza di aspetti di stabilità rispetto a quelli di novità/cambiamento. I processi cognitivi sono mossi da risparmio di risorse per cui le informazioni in arrivo tendono ad armonizzarsi con quelle già possedute, di conseguenza i modi di organizzare la conoscenza tenderanno a stabilizzarsi e a riprodursi.
• L'approccio decisamente individualistico. Questo è un limite perché l'essere umano non si rapporta la mondo esterno in modo individuale ma sempre con la mediazione delle relazioni sociali.

5. La prospettiva gestaltista:
si è sviluppata in Germania agli inizi del Novecento. L'idea di fondo era che la conoscenza di oggetti fisici, degli eventi psicologici, delle persone e dei fatti non avviene in modo sommatorio ma come percezione di un tutto unitario. I gestaltisti avevano un atteggiamento fenomenologico nei confronti della conoscenza, lo sforzo conoscitivo non deve indirizzarsi a comprendere la vera essenza del mondo ma deve partire dal modo in cui ne facciamo esperienza, ossia da come il mondo ci appare. Gli autori Von Ehrenfels, Wertheimer, Köhler, Koffka diedero vita a questo movimento che si opponeva alla pretesa comportamentista di escludere la mente dal campo della psicologia e dell'elementismo strutturalista di derivazione wundtiana. Verso gli anni Venti il movimento lasciò la Germania per motivi di persecuzione razziale e si rifugiò negli Stati Uniti. Anche Lewin emigrò e si dedicò ad applicare i paradigmi gestaltisti alla comprensione dei fatti sociali. Lui introdusse nella psicologia sociale il concetti di campo, che esprime l'idea che ogni fenomeno può essere compreso come effetto di una molteplicità di fattori interdipendenti che si influenzano reciprocamente in un'ottica di sistema. Secondo Lewin il comportamento è l'effetto di una molteplicità di fattori ed è in funzione della persona e dell'ambiente in cui agisce, per cui se cambia la persona ma l'ambiente rimane lo stesso cambierà il comportamento e quando cambia l'ambiente ma la persona è la stessa di conseguenza anche qui cambierà il comportamento. Quello che Lewin chiama spazio di vita è un sistema dinamico in cui sono legati la persona e l'ambiente nel quale la persona vive, la zona di frontiera è il territorio di confine in cui i fatti dell'ambiente sono tradotti in eventi dotati di senso e di importanza per la vita psichica della persona entrando a far parte del suo spazio vitale. In questa ottica il campo è la totalità. Secondo Lewin nessun intervento può raggiungere i suoi obiettivi se non si dispone di una efficace teoria sulla genesi del fenomeno, e le teoria hanno sempre bisogno di essere empiricamente verificate. Ciò ha portato allo sviluppo della ricerca-azione (o ricerca-intervento).

Tratto da PSICOLOGIA SOCIALE di Emma Lampa
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