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Dopo guerra e nazionalismo economico


Tutti i paesi belligeranti uscirono dal conflitto in condizioni di gravissimo dissesto economico. Per far fronte a queste enormi spese, i governi erano ricorsi dapprima all’aumento delle tasse, quindi avevano fatto appello al patriottismo dei risparmiatori lanciando sottoscrizioni e prestiti nazionali e allargando a dismisura il debito pubblico. Infine avevano contratto massicci debiti con i paesi amici, in primo luogo con gli Stati Uniti. Fra il 1915 e il 1918 a causa dell’inflazione i prezzi crebbero, determinando un vero e proprio sconvolgimento nella distribuzione della ricchezza e nelle stesse gerarchie sociali. I governi europei dovettero affrontare i complessi problemi legati al passaggio dall’economia di guerra a quella di pace. Invece della piena libertà degli scambi, auspicata nel programma di Wilson, si ebbe nel dopoguerra una ripresa di nazionalismo economico e di protezionismo doganale. Ma grazie al sostegno dello Stato l’industria europea riuscì in un primo tempo a mantenere o a incrementare i libelli produttivi degli anni di guerra. Ma questa espansione “artificiale”, che si accompagnò a una stagione di intense lotte sociali, durò meno di due anni e fu seguita da una fase depressiva che, iniziata alla fine del 1920, provocò la crisi di molte imprese e un conseguente rapido aumento della disoccupazione.

Tratto da PICCOLO BIGNAMI DI STORIA CONTEMPORANEA di Marco Cappuccini
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