Skip to content

PERIFERIA STATI UNITI

Storicizzare lo sprawl? di Agostino Petrillo


Il fenomeno dello sprawl ha caratterizzato tutte le città americane, al termine sprawl è stata attribuita una connotazione negativa già etimologicamente in quanto si riferisce ad un’idea di scompostezza, letteralmente significa sdraiarsi in maniera scomposta, a livello urbanistico fa riferimento invece all’estremo sparpagliamento dell’urbano.

È importante stabilire se si tratta di un fenomeno peculiarmente americano oppure di un modello insediativo generalizzabile legato all’economia, alle tecnologie e al lavoro che caratterizzerà paesi avanzati orientati verso forme di produzione avanzate.

Robert Beauregard ha sottolineato che è necessario contestualizzare il fenomeno della diffusione urbana e pensarlo in una prospettiva storica anche perché solo analizzando determinate caratteristiche storico-culturali e riflettendo sulle trasformazioni geopolitiche, tecnologiche e del lavoro è possibile comprenderlo a pieno.

L’affermarsi di questo orientamento è legato al fatto che negli ultimi anni si è messo l’accento sulle potenzialità della città diffusa al contempo però emergono segni di un ritorno alla centralità soprattutto in Europa, in quest’ultimo caso ci si riferisce a quello che Dieter Leapple chiama “la rinascita della fenice dalle sue ceneri”, ovvero si era in qualche modo decretata (Peter Hall afferma che il necrologio della città è stato pronunciato prima che ne avvenisse il decesso) la fine dei centri urbani i quali invece sono ritornati a giocare un ruolo fondamentale.

La riscoperta della centralità urbana segnala il nuovo appeal di cui sembra godere il modello di città compatta mentre il modello dell’urbanesimo diffuso potrebbe avere difficoltà a svilupparsi al di fuori degli Stati Uniti, purtroppo non si può ancora affermare con certezza quale modello dominerà dopo la globalizzazione.

Ci si interroga su quando sia nato lo sprawl e si hanno interpretazioni diverse.

• La studiosa dell’urbanistica americana Dolores Hayden adotta un approccio culturalista e ricostruisce l’evoluzione dei pattern storici dei suburbs sottolineando la storica diffidenza della cultura americana nei confronti della grande città compatta e sostenendo che lo sprawl, inteso come avversione verso la densità urbana e le gradi concentrazioni di umanità, sia un fenomeno talmente radicato nella mentalità statunitense da poter dire che si tratta di un fenomeno nato con l’America stesa.
Questo approccio però non riesce a spiegare il motivo per cui il modello della dispersione urbana statunitense e l’anti urbanesimo, essendo così radicato nella cultura umana, si sia diffuso anche al di fuori degli Stati Uniti.
Il termine suburbs è un termine che non è possibile tradurre in quanto ha un significato diverso rispetto all’italiano dove ha una connotazione negativa (il suburbio è qualcosa che sta al di fuori del centro della civiltà e del centro urbano, a Roma ad esempio ospitava ladri e prostitute) in quanto si tratta dei sobborghi fuori dalla città dove il ceto medio alto decideva di trasferirsi essendo visti come luoghi meno pericolosi ed ideali per far crescere i bambini (vedi Richard Sennet “Family against the city”).

Robert Beauregard propone un’interpretazione originale che si basa sulla ricostruzione delle diverse epoche dello sviluppo urbano statunitense e ciò che deriva è che si può far coincidere la nascita dello sprawl con la fine della Seconda guerra mondiale e la massima esplosione si ha avuta durante il periodo compreso tra il 1945 e il 1975 noto come short american century. Si tratta non solo del periodo di maggior crescita della potenza americana a livello internazionale ma anche degli anni in cui si assiste ad un cambiamento della distribuzione della popolazione, avviene la White Flight si assiste ad un rovesciamento del rapporto tra centro e periferia in quanto i ceti alti abbandonano il centro della città per trasferirsi in periferia mentre i ceti più poveri invadono il centro andando ad abitare gli edifici che erano stati abbandonati (Herbet Gans ad esempio parla di Levittown come di una cittadina monocolore, uno studio che illustra come la linea del colore divida i vecchi centri abitati dalle underclass nere e latine dai suburbs abitati invece dai ceti medi bianchi).
Questa fuga dai centri è agevolata da alcuni fattori quali la produzione massiccia di automobili e la sua diffusione, la costruzione di autostrade e le azioni di speculatori ed amministratori che premono per realizzare nuovi insediamenti, inoltre esistono anche componenti ideologiche che spingono verso la scelta di uno stile di vita suburbano in quanto si tratta di un modello che rappresenta la ricchezza e la libertà dei consumatori americani ma anche la prosperità degli Stati Uniti nel dopoguerra.

La deindustrializzazione degli anni Settanta rappresenta una svolta produttiva e si assiste al passaggio ad economie del terziario, in questi anni si comincia a delineare una sorta di eccezionalismo americano nel senso che negli Stati Uniti prendono forma processi che altrove sono sconosciuti ovvero la capacità di distaccarsi da modelli storici di insediamento e produrre uno spazio legato più che altro ad un’idea di separatezza.
Lo sprawl rappresenta una fase espansiva che non segue i normali sentieri dell’urbanizzazione ma è un processo che, essendosi verificato nel secolo breve americano, ha conseguenze che chiamano in causa il riassetto dei rapporti di potere.
Sempre Robert Beauregard introduce il concetto di urbanesimo parassita riferendosi a una forma di insediamento che possono permettersi solo gli Stati Uniti in virtù della loro posizione a livello planetario.

Dopo gli anni Settanta, con l’affermarsi del post-fordismo e il tramonto delle megalopoli, la diffusione urbana viene in qualche modo portata all’estremo con l’avvento delle Edge Cities.
Si viene a delineare una nuova configurazione degli insediamenti caratterizzati dalla perdita del centro, fenomeno che non ha precedenti in nessun altro dei paesi sviluppati.
Questo comporta la nascita di un tessuto nuovo che non è urbano, rurale e nemmeno periurbano ma ne possiede simultaneamente tutte le caratteristiche.

Robert Fishman condivide in parte il discorso di Beauregard seppur con una prospettiva meno critica, anch’egli ritiene che nella sua fase iniziale il fenomeno non era riuscito a staccarsi da un’idea consolidata di città e a comprendere che la città industriale poteva essere un fenomeno transitorio, infatti ne ha descritto l’evoluzione, ovvero con lo sviluppo di nuovi reti di comunicazione e il mutamento della produzione la logica dei complessi metropolitani viene spezzata, in quanto viene a meno la dipendenza dalle centralità tradizionali.
Negli Stati Uniti infatti negli anni Novanta si può parlare di morte delle città ma nonostante l’urbanesimo parassita e il modello di insediamento urbano statunitense continua a presentare anomalie comincia a diffondersi anche in altri paesi come ad esempio il Canada, l’Australia, l’America Latina e la Cina.

Fenomeni di dispersione urbana che si sono verificati in Europa sono piuttosto rilevanti essendo in un contesto dove si ha una tradizione urbana fortemente consolidata e orientata in un’ottica diversa dato che si ha anche una disponibilità ridotta, per contro in alcuni paesi (Olanda) vengono adottate politiche di contenimento dello sprawl.
Si può però affermare che il fenomeno in Europa sia più contenuto rispetto a quanto avvenuto negli Stati Uniti ma ha messo in qualche modo in discussione un tipo ideale, ovvero il tipo della città densa con una centralità ben individuata e caratterizzata da un sistema di welfare sviluppato per sostenere i ceti più deboli.
L’adozione del modello statunitense presenta alcune problematiche nel momento in cui si decide di applicarlo al contesto europeo tra cui la scarsità di spazio, il fatto di essere ancorati al concetto di centralità urbane e anche in termini di spazio pubblico che non si è ancora connotato di caratteristiche di privatizzazione e commercializzazione come negli Stati Uniti (basti pensare agli shopping malls che non sono blindati e sorgono in vicinanza dei centri urbani), tutto ciò non significa che in Europa non ci siano sviluppate forme di segregazione e polarizzazione in quanto ci sono state ma in maniera meno evidente.

In Germania si sono verificati fenomeni di Zwischenstadt, ovvero un caso di dissoluzione della città europea compatta e la nascita di un tessuto ambiguo che non è campagna urbanizzata e nemmeno città ruralizzata.

In Gran Bretagna, le politiche tathceriane che promuoveva l’utilizzo dell’automobile e l’ampliamente della rete autostradale hanno favorito la dispersione urbana infatti si sono moltiplicate le urbanizzazioni al di là delle green belts con un consumo di territorio caotico per Leapfrogging, ovvero procedendo per salti come la rana.
In Italia si può parlare di città diffusa facendo riferimento al Veneto o alla megalopoli padana, si nota infatti un mutamento per quanto riguarda la distribuzione degli insediamenti per diffusione insediativa o irradiazione, processo legato alla deindustrializzazione e alla fuoriuscita dei ceti medi dalle aree metropolitane a maggiore densità.

In tutta la vicenda della controversia sullo sprawl e sulla sua interpretazione pesano vincoli di tipo ideologico.

1. Approccio neoliberista, riprende gli studi della Scuola di Vienna che hanno avuto un discreto successo negli Stati Uniti, vede nello sprawl un destino comune a tutte le società avanzate.
I due economisti Peter Gordon e Harry Richardson sostengono che nel futuro ci saranno una serie di piccole comunità altamente interconnesse caratterizzate da un’autonomia politica- amministrativa, si assiste al declino delle grandi organizzazioni statale in quanto le nuove relazioni produttive sono legate a una rete policentrica.
Egli parlano di dispersed metropolis per indicare la ridistribuzione delle funzioni urbane su di un territorio più ampio a questo si aggiunge la tendenza degli americani a vivere in luoghi a bassa densità, per cui a poco valgono le politiche che spingono in direzione di una ricentralizzazione di fronte al dilagare delle technoburbs, ovvero insediamenti ad alta componente tecnologica che si differenziano dalle conosciute forme di sprawl.
Ne consegue che le grandi città finiranno per perdere la loro ragione di esistere e lo sprawl si tingerà di naturalità.

2. Approccio neo-riformista, sottolinea il ruolo dei governi locali nel contenimento del fenomeno e vengono messi in luce i rischi e le problematiche legate all’estensione incontrollata dello sprawl primo fra tutti il consumo del territorio che eccede l’aumento della popolazione, inoltre questo tipo di modello comporta dei costi sociali come ad esempio il tempo impiegato per gli spostamenti lavorativi in quanto le nuove tecnologie non sono in grado di sostituire completamente le vecchie attività.

3. Approccio riduzionista non esclude l’ipotesi della suburbanizzazione ma la riconsidera nell’ottica della sostenibilità ambientale ed ecologica, il discorso assume il carattere di una riflessione sul consumo delle risorse in particolar modo dovuto all’uso intensivo dell’automobile soprattutto nell’epoca dell’esplosione dei prezzi del petrolio.

Occorre notare come da tutte queste riflessioni venga escluso l’aspetto socio politico come ad esempio la scomparsa delle dimensioni della varietà e dell’incontro.
Una delle conseguenze del trasferimento dei ceti medi nei suburbs non ha fatto altro che accentuare ancora di più i problemi dei vecchi centri urbani e ha dato origine ad una drammatica contrapposizione tra i livelli di vita nelle esclusive aree privilegiate e le condizioni di vita nei centri urbani degradati, dove si hanno scuole di basso livello e servizi pubblici scadenti.
Lo sprawl diventa quindi l’altra faccia del ghetto ed è un fatto sociologico che assume anche una configurazione spaziale che alimenta l’esclusione estrema in quanto la ridotta capacità di mobilità spaziale e sociale non fa altro che creare situazioni di zone di confinamento in cui sono accessibili sono lavori scadenti e mal pagati.

Alla base delle trasformazioni della città stanno le trasformazioni nella divisione internazionale del lavoro e la nascita di forme di produzione leggere e per i servizi, infatti quello che è avvenuto nei paesi avanzati è stato possibile perché la produzione pesante era stata collocata altrove e questo ha comportato che su gran parte di quelli che erano terreni agricoli, non essendo più necessari perché i prodotti agricoli venivamo importati, sono state realizzate città nuove.
In un primo momento si è convinti che per i centri urbani, tramontata la loro centralità industriale fordista, si prospetta un futuro da shrinking cities ma in realtà per le città si prospettano una serie di nuove opportunità perché le nuove forme di economia basate sul sapere e sulle capacità creative richiedono scambi che non possono essere soltanto virtuali per cui si assiste ad una sorta di rivalorizzazione della vita urbana e della centralità urbana ed entra in gioco anche il fenomeno della gentrification (Neil Smith sostiene che il ritorno alla città sia stato fatto prima dalla speculazione e solo in un secondo momento dalla gente), si tratta di un fenomeno speculativo ma non solo in quanto le forme di lavoro nuovo si possono comprendere solo se inquadrate in un contesto urbano di relazioni sociali fitte come quello dei vecchi centri, la città torna quindi ad essere attraente per la forza lavoro qualificata.
In un contesto di questo tipo, gli Stati Uniti potrebbero trovarsi nella condizione di essere un paese senza città per cui lo sprawl diventa segno di arretratezza piuttosto che di progresso ribaltando il quadro tracciato da Beauregard.

È difficile giungere a delle conclusioni in quanto la realtà urbana è soggetta ad un continuo mutamento del quale non si vedono ancora i punti di approdo ultimo.
Si potrebbe azzardare un’ipotesi che riprenda la teoria di Leo van den Berg il quale sostiene si ha una ciclica oscillazione tra diversi modelli di concentrazione urbana e diffusone urbana che si succedono con alternanza mentre per quanto riguarda la situazione attuale non esiste un modello che trionfa sugli altri ma si ha una coesistenza di forze che spingono in direzione della decentralizzazione e forze che invece si muovono in direzione di una ricentralizzazione.


Tratto da SOCIOLOGIA DELLA CITTÀ di Francesca Zoia
Valuta questi appunti:

Continua a leggere:

Dettagli appunto:

Altri appunti correlati:

Per approfondire questo argomento, consulta le Tesi:

Puoi scaricare gratuitamente questo appunto in versione integrale.