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Il problema monetario dell'Italia nel doppguerra


Il modo in cui questa élite operò e l'inadeguatezza con cui i suoi avversari la fronteggiarono, è ben visibile nel modo in cui si affrontarono i due principali problemi monetari dell'epoca:
-  il controllo sui cambi → nei primi anni del dopoguerra l'industria tessile italiana si avvantaggiò di una notevole crescita delle esportazioni, così che le aziende guida del settore pretesero piena libertà di usare e scambiare la valuta straniera che acquistavano senza essere sottoposte al controllo del governo. La cosa andò in porto nonostante nel marzo del 1946 al Commercio vi fosse un azionista, all'Industria un socialista e alle Finanze un comunista. L'incoraggiamento della speculazione fu naturalmente enorme.
- il cambio della lira → fu affrontato brillantemente dal ministro comunista Mauro Scoccimarro che aveva un progetto assai più innovativo del semplice cambiamento del valore nominale della lira. Voleva sostituire la vecchia lira con una nuova lira che valesse come cento lire vecchie, eliminando quegli zeri in eccesso che ostacolavano l'economia italiana e alleggerendo il processo inflattivo. Il Tesoro (democristiano) pretese una trattenuta del 10% sul denaro presentato per il cambio ma la misura usuraia fu bloccata dal ministro, che propose invece una tassazione progressiva. Tutto finì nel nulla, essendo Scoccimarro ostacolato ad ogni passo, tra opposizioni liberali, scomparse di matrici e meline della Banca d'Italia. Ostacoli in fondo superabili con una presa di posizione decisa delle sinistre, che invece preferì lasciar perdere, lasciando di lì a poco il ministero al liberale Epicarmo Corbino, che affossò tutto.
Tratto da STORIA CONTEMPORANEA di Gherardo Fabretti
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