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Bellori e il concetto di decadenza dell'arte



Bellori è anche il primo a esporre ampiamente il concetto di decadenza iniziato dopo l'età dell'oro dell'arte italiana. Lo stesso concetto era presente nel Vasari ma in maniera ancora poco chiara. Con la fine dell'idolo Raffaello e del felice secolo cinquecentesco, prima a Roma e poi a Venezia, il cui ultimo grande rappresentante era stato il Tintoretto, inizia la decadenza con la scuola dei cosiddetti manieristi. Fu questo il tereno che preparò l'opinione secondo la quale Michelangelo era un pervertitore dell'arte. Bellori, e questo è notevole, constata questa decadenza anche per l'architettura, scagliandosi contro Bernini e l'arte di Borromini, usando dispregiativamente il termine “barocco” così come i rinascimentali avevano usato quello di “gotico”. Col Bellori, Bernini e Borromini diventano dei veri e propri spauracchi stilistici.
Sempre Bellori fisserà gli stili appellati come “manierismo” e “naturalismo”: il primo, sotto la guida di Giuseppe Cesari detto il Cavalier d'Arpino, appare come un lavorar di “pratica” che trascura quasi del tutto il modello; il secondo, con Caravaggio, un servile imitatore del modello e delle sue accidentalità. A Caravaggio riserverà i peggiori strali, pur sforzandosi di riconoscerne il valore. Egli rimane comunque un pervertitore del buon costume nella pittura, mancando in lui tutto ciò che la teoria del primo Classicismo riteneva sacro e intoccabile: invenzione, disegno, decoro e scienza. Bellori rimproverava la mancanze di contegno nelle sue storie, l'eccessiva umanità delle sue mezze figure e dei suoi quadri di figure volgari, come quello della Santa Maddalena. Del resto Bellori riconosce la funzione storica del Caravaggio come necessaria reazione al manierismo,
anche se preceduto in ciò dal Mancini che aveva elaborato lo schema D'Arpino, Caravaggio, Carracci come tesi, antitesi e sintesi.
Il Bellori vede il vero equilibrio nella scuola Bolognese, la via intermedia tra la pittura di idee e lo studio della natura. Egli rimane un degno predecessore del Winckelmann già quando sostiene (ispirandosi a ciò che dicevano i Carracci) che l'arte greca (allora nota prevalentemente da testimonianze letterarie) era il vero modello per eccellenza.
Era del resto concorde con gli amici Poussin e Fiammingo; del secondo, in particolare, il Passeri ci racconta di come egli si professasse rigido imitatore della maniera greca, che riuniva in sé grandezza, nobiltà, grazie e dignità (anche se il Passeri non concorda). Sempre il Passeri dice esplicitamente come Poussin disprezzasse la maniera romana, originale se si pensa che il Seicento era a maggioranza filo romana.
Bellori divide la storia artistica tra '500 e '600 in cinque grandi scuole, di cui quattro principali: la romana (Michelangelo e Raffello) basata sulla bellezza delle statue antiche; la veneziana, con Tiziano, fondata sulla bellezza naturale del modello di natura; la lombarda, affine alla veneziana e rappresentata da Correggio, ancora più rivolta al fascino del modello; la toscana, che si qualifica esteriormente per l'accuratezza dei particolari e per la diligenza dell'esecuzione; la quinta è la scuola bolognese, che sostituisce la toscana.
Malvasia è un altro rappresentante dell'aurea via di mezzo: inveisce tanto contro il naturalismo di Caravaggio quanto contro la pittura a colpi dei veneziani; mette Raffaello sopra Michelangelo, dicendo che egli è tanto inferiore a Raffaello quanto Ariosto lo è nei confronti di Tasso, che col suo epos regolare aveva finito per diventare il nuovo idolo del Seicento italiano.

Tratto da STORIA DELLA CRITICA D'ARTE di Gherardo Fabretti
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