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Dalla nascita della fotografia alla prima metà dell’800


Il 7 gennaio 1839 è, per convenzione, la data con cui si indica la nascita della fotografia.
In termini etimologici, fotografia significa forma di scrittura con la luce.


La fotografia si basa:
Sul principio della camera oscura, già noto dal tardo rinascimento e basato sul fatto che
→ se noi pratichiamo un piccolo foro nella parete di una stanza immersa nel buio, la luce che filtra dal foro riflette sulla parete l’immagine capovolta di tutti gli oggetti che si trovano all’esterno.
Sarà però solo un secolo dopo che si parlerà di camera oscura come di uno strumento di cui ci si poteva servire per ricalcare il disegno di ciò che si trovava all’esterno della stanza.

In realtà, già nel XIX secolo, con Nicéphore Niépce, ci si avvicina al risultato a cui noi siamo abituati con la fotografia "vista da una finestra a Le Gras" → veduta scattata da Niépce nel 1826/27 con l’obiettivo di fissare l’immagine che vede dalla propria finestra.
Naturalmente, finché la camera oscura non diventò portatile rimase pressoché inservibile.

Sulla prospettiva quattrocentesca.
Lo spazio rappresentato è dunque
→ univoco
→ centrato
→ ordinato
Simbolicamente riferimento alla posizione centrale che l’uomo occidentale assume nel periodo rinascimentale.
Vi sono tuttavia studiosi che, avvicinandosi alla fotografia, preferiscono riferirsi ad altre opzioni figurative, come la pittura nordica e l’impressionismo.

Come qualsiasi forma artistica, la fotografia è considerata il risultato di un determinato contesto socioculturale ed economico.
Sul piano filosofico-culturale, si vede la nascita della fotografia come collegata ad alcuni temi conduttori del pensiero illuminista e del pensiero positivista.
È anche vero che questa forma artistica ha molto a che fare con la classe borghese, classe dominante della società del XIX secolo che sentiva la necessità di
→ dare al mondo un’immagine di sé.
→  raccontare il mondo.

La fotografia sfruttava il principio della camera oscura, ma occorreva che l’immagine andasse fissata attraverso un supporto e attraverso sostanze fotosensibili.
Sarà proprio Niépce ad avere un’importante intuizione: tenta di ottenere una matrice inchiostrabile da cui trarre più copie e arriva anche a descrivere la nozione di negativo, pur non riuscendo a stamparlo in quanto le figure impresse erano troppo deboli e non si riusciva dunque a fissarle.
Niépce usa come sostanza fotosensibile il cosiddetto bitume di giudea, sostanza che si induriva con la luce del sole ma che era ben poco fotosensibile, motivo per cui l’esposizione durava 8 ore.
Egli definisce la "Vista da una finestra a Le Gras" un’ eliografia, cioè scrittura del sole → come se il sole scrivesse, quindi imprimesse, ciò che lui osservava grazie all’azione del bitume di giudea.

Niépce coltiva in questi anni contatti frequenti con Louis Daguerre, oggi considerato il padre della fotografia.
I due avviano insieme una società, della durata di qualche anno, dopodiché Niépce muore nel 1833 e i rapporti con Daguerre vengono mantenuti dal suo erede.

La dagherrotipia

Il 7 gennaio 1839, il parlamentare Arago annuncia la nascita di un metodo per fissare le immagini da sole dentro la camera oscura: la dagherrotipia.
Metodo sviluppato da Daguerre che usa come sostanza fotosensibile lo ioduro d’argento, che lascia un’immagine latente che viene rivelata attraverso l’impiego di vapori di mercurio.
L’immagine viene fissata poi con un bagno di soluzione di sale marino.
L’esposizione non è più prolungata, riducendosi a un tempo che va dai 3 ai 30 minuti.

DAGHERROTIPIA → metodo sviluppato da Daguerre che usa come sostanza fotosensibile lo ioduro d’argento, che lascia un’immagine latente che viene rivelata attraverso l’impiego di vapori di mercurio.
L’immagine viene fissata poi con un bagno di soluzione di sale marino.
L’esposizione non è più prolungata, riducendosi a un tempo che va dai 3 ai 30 minuti.

La cura per i dettagli è minuziosissima, tanto che una definizione ricorrente di dagherrotipo lo paragona a uno specchio, parallelismo che ha ragioni anche di natura estetica: il dagherrotipo si presenta come una lastra di dimensioni relativamente ridotte, costituita da rame argentato e priva di matrice. La superficie è riflettente e monocroma.
Il risultato della dagherrotipia è un’immagine prospettica del reale, filtrata attraverso la camera oscura, in copia unica non duplicabile.

I limiti della dagherrotipia sono:
• Tempi di esposizione ancora abbastanza lunghi.
• Macchina costosa e voluminosa.
• Dagherrotipi molto fragili, che devono essere in virtù di questo necessariamente incorniciati o riposti in appositi astucci.
Nonostante questi limiti, i dagherrotipi acquistano una notevole popolarità.
Inizialmente rappresentano perlopiù monumenti architettonici, poi per movimentarli si aggiungeranno anche figure umane e carrozze.

Per quanto riguarda il ritratto, tuttavia, per ottenerlo con il dagherrotipo il processo era lungo e faticoso: la persona che si voleva ritrarre doveva infatti sopportare una luce accecante e posare contro uno sfondo liscio per un tempo abbastanza lungo in assoluta immobilità per non alterare l’immagine.

Esempi dagherrotipi di Daguerre.

Esempio 1. "Natura morta del 1887"
→ dettagli minuziosi.
→ vasta gamma di sfumature.
→ realismo dei contorni e dei volumi.

Esempio 2. " Veduta sul Boulevard du temple"
→ scattata nel 1838 dall’abitazione di Daguerre stesso
→ precisione estrema di dettagli, che riesce a riprodurre tutto ciò che ha a che fare con il paesaggio e gli edifici.
→ nonostante fosse una via molto trafficata, compaiono soltanto la figura di un uomo che si fa lustrare le scarpe. C’è chi ha ipotizzato che questo elemento fosse frutto di una messa in scena: probabilmente Daguerre ha richiesto che i due stessero immobili in un punto per dei dati minuti in modo che le loro figure si potessero immortalare, al contrario delle macchine e dei passanti che andavano e venivano continuamente e che quindi non potevano essere fissati nell’immagine.

Calotipia/Talbotipia

Nel 1839, presso la Royal Society di Londra, William Henry Fox Talbot propone il modello del calotipo.
Nel 1834, egli comincia a dedicarsi a quello che lui chiama “disegno fotogenico”, che prevedeva l’impiego del nitrato d’argento. Una volta proiettata l’immagine su carta, però, gli oggetti non vengono fissati permanentemente. Immerge allora la carta in una soluzione di cloruro di sodio, poi la bagna con il nitrato d’argento, formando il cloruro d’argento, sensibile alla luce.
Il negativo viene così fissato, in quanto il supporto cartaceo viene sensibilizzato a contatto con il soggetto.
La svolta avviene tra il 1839 e il 1840, quando viene introdotto il concetto di immagine latente.
L’immagine latente sta alla base della concezione di fotografia come impronta: non è più necessario che il supporto impiegato per ottenere questa immagine sia esposto fino alla comparsa di una traccia visibile, ma può essere sviluppata dopo grazie a un rilevatore, ovvero l’acido gallico.
Tale procedimento prende il nome di calotipia o di talbotipia.

Calotipia → dal greco calos, assumendo quindi il significato di stampa del bello.

Caratteristiche del calotipo:
• presuppone l’uso del negativo, quindi della matrice e della possibilità di riprodurre infinite copie.
• Si possono trarre copie positive in successive fasi di stampa sfruttando un processo di annerimento, ovvero un ulteriore rovesciamento tonale rispetto a quello immediatamente precedente.
• Enorme quantità di dettagli.
• Elevata definizione dei contrasti.

L’opera più celebre di Talbot è un libro fotografico intitolato “The pencil of nature”, pubblicato tra il 1844 e il 1846 e costituito da 6 fascicoli e 24 stampe originali.
Ciascuna immagine è accompagnata da una/due pagine di testo che ne illustrano il significato.
Le immagini proposte si riferiscono soprattutto a:
• Soggetti architettonici.
• Nature morte.
• Opere d’arte.

Esempio. Porta aperta → rivela una notevole cura per i dettagli e il riferimento alla dimensione descrittiva-quotidiana tipica della pittura olandese del '600.

Altro protagonista degli anni di esordio della fotografia è Hippolyte Bayard, la cui opera più celebre si intitola "Ritratto di un annegato" → opera che allude in maniera simbolica al fatto che le lunghe ricerche e i risultati del suo sforzo non vennero premiati con lo stesso trattamento riservato invece a Niépce e Daguerre.



Tratto da STORIA DELLA FOTOGRAFIA di Roberta Carta
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