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Tendenze contemporanee


Nella prima metà degli anni ’70 si assiste all’interno del panorama fotografico mondiale una sorta di contaminazione continua tra generi e stili, dovuta a una progressiva concettualizzazione della pratica fotografica, che secondo gli studiosi si può notare già all’inizio degli anni ’70.

Tra i temi trattati maggiormente in questi anni vi è quello del paesaggio.

Nel 1975, alla George Eastman House di Rochester si tiene la mostra intitolata Le nuove topografie: foto di un paesaggio modificato dall’uomo ( New Topographics), che documenta il rapporto contemporaneo tra il paesaggio e l’uomo, in riferimento ai cambiamenti, spesso in peggio, che l’uomo vi ha apportato. Il titolo sembra presuppore un atteggiamento scientifico basato su una sorta di ricognizione oggettiva del territorio.
Il paesaggio è dunque considerato in quanto prodotto culturale.

La mostra venne curata da William Jenkins ed espose le fotografie di nove artisti, quasi tutti americani, tra cui Robert Adams, Nicholas Nixon, Stephen Shore e i coniugi Becher.
Lo stile predominante è uno stile neutrale, come se nelle foto prevalesse un intervento al minimo da parte del fotografo, ed è presente un riferimento alla dimensione paesaggistica di Ansel Adams ed Edward Weston, dove però la natura era ancora incontaminata.
Tutte le foto, tranne quelle di Stephen Shore, sono in bianco e nero, allo scopo di evitare di cadere nel linguaggio “vernacolare” → come se il colore in qualche modo rivelasse la partecipazione emotiva del fotografo, togliendo agli scatti quel rigore scientifico. Il punto di vista predominante è invece quello frontale.
Si assiste quindi a una rilettura del paesaggio in rapporto all’esistenza umana, dando importanza anche a luoghi marginali, privi di elementi affascinanti sul piano estetico.

Secondo Adams, la grandiosità del paesaggio può essere talvolta fonte di sconforto a causa del modo in cui noi uomini lo abbiamo danneggiato con la nostra incapacità di porci dei limiti. Egli individua, quindi, oltre la volontà di condurre una sorta di indagine scientifica, anche la presenza di un aspetto soggettivo: qualcosa dell’immagine ci parla comunque tanto di colui che è dietro l’apparecchio.

La foto più celebre di Nicholas Nixon, che partecipò alla mostra del 1975, è intitolata Le sorelle Brown, famosa in quanto a questa, che ritrae le quattro sorelle, ne seguiranno altre, una per ogni anno, che ritrarranno le stesse sorelle nella medesima posa. Una delle quattro sorelle, la più anziana, è la moglie di Nixon.
Le foto testimoniano il trascorrere ineluttabile del tempo, dunque presentano una vocazione archivistica, ma rappresentano anche una riflessione sull’uso del mezzo fotografico e sulla natura dell’atto fotografico, sospeso a metà tra il gesto privato e l’esperienza pubblica.
Per scattare le foto Nixon aveva utilizzato un obiettivo grandangolare montato su un treppiede, posizionato sempre ad altezza d’occhio.
• Le foto sono sempre in esterni.
• Luce naturale.
• In alcuni casi appare l’ombra del fotografo che si proietta sulle sorelle.
• Foto in bianco e nero.
• Segni del tempo sui corpi e sui volti.

Altro fotografo riconducibile al filone del paesaggio urbano è Joel Meyerowitz, la cui opera è legata alla dimensione quotidiana e a una lettura vernacolare del paesaggio.
Il suo era quasi un b isogno ossessivo di fotografare scorci di paesaggio urbano e i passanti.
Egli capiva in particolare l’importanza della fotografia a colori come mezzo per entrare nel vivo degli edifici e delle città, di cui comunica il significato della vita che vi si svolge.

Negli anni ’80 in Francia esistono delle forme di committenza pubblica che hanno lo scopo di utilizzare il mezzo fotografico per mappare il territorio francese nella sua interezza, attribuendogli quindi una funzione sociale. All’interno di questo progetto, il paesaggio è sempre inteso nei suoi rapporti con l’uomo e per la sua realizzazione furono chiamati 28 importanti fotografi da tutto il mondo, tra cui Doisneau e Koudelka.
I fotografi vennero lasciati liberi di scegliere le soluzioni che preferivano, con l’unico limite di non poter scattare foto dall’alto.
Nel 1983 nasce la DATAR (Delegazione per la riqualificazione del territorio e per l’azione regionale), che produce all’interno di questo progetto circa 450 scatti, esposti al Palazzo di Tokyo a Parigi nel 1985.

A partire dalla metà degli anni ’70 assume particolare importanza anche la dimensione intima, quindi esperienze che hanno spesso a che fare con
→ il corpo
→ la vita privata
→ la comunità di appartenenza del fotografo
→ la dimensione metropolitana
I fotografi di riferimento si muovono in particolare negli Stati Uniti, soprattutto nella città di New York, che in questo periodo vive un periodo di crisi economica e sociale, e dove hanno affrontato il processo di maturazione ai margini del sistema artistico ufficiale.

Negli anni ’80 si assiste ad avvenimenti che hanno molto a che fare, all’interno della dimensione intima, con la sfera sociale, i costumi e gli stili di vita. Tra questi, la sessualità esibita senza limiti o censure e la diffusione dell’AIDS.

All’interno di questo filone, fotografa di riferimento è Nan Goldin, autrice dell’opera La ballata della dipendenza sessuale, libro fotografico pubblicato nel 1986. Il titolo fu desunto dall’omonimo brano del musical L’opera da tre soldi.
La ballata della dipendenza sessuale consiste di 126 foto raggruppate per soggetto, senza presentare però un andamento narrativo, caratterizzate da colori molto intensi e inquadrature spesso instabili.
Il libro rispecchia il concetto di fotografia come diario, in quanto in un certo senso documenta la vita degli artisti o degli aspiranti artisti del Lower East Side a partire dagli anni ’70, una vita condotta all’insegna degli eccessi raccontata con estrema crudezza.
Le foto includono spesso dettagli legati a una dimensione violenta: ricorrono elementi che richiamano la morte, gli abusi sessuali e abusi dovuti all’assunzione di alcol e droghe.
Esempio 1. Nan e Bian a letto, 1981.
Esempio 2. Nan un mese dopo le percosse, 1984.

La fotografa americana Francesca Woodman nasce nel 1958 e muore suicida nel 1981, dopo aver trascorso diversi anni a Roma.
I motivi conduttori della sua attività fotografica sono l’ esperienza del corpo legata all’individuazione di uno spazio soggettivo e l’identità personale, trattati attraverso la messa in scena del corpo.
Le sue foto costituiscono una sorta di autoritratto fotografico e sono raccolte all’interno del libro Dell’essere un angelo, dove l’angelo è la figura in cui la fotografa si trasforma alla ricerca della propria identità.

La fotografa americana Cindy Sherman nasce invece nel 1954 ed è nota soprattutto per il libro fotografico intitolato Untitled Film Stills, pubblicato nel 1977. Tra il 1977 e il 1980 la Sherman scatta un numero consistente di fotografie in bianco e nero e di piccolo formato, in cui rappresenta sé stessa in situazioni diverse e con abiti e pose diverse che hanno a che fare con l’ identità femminile attraverso il filtro prodotto prima di tutto dal cinema degli anni’50-’60.
La fotografa si ritrae come se fosse la protagonista di piccole scene di carattere quotidiano, ma non è totalmente corretto parlare di autoritratto in quanto il soggetto delle foto è un personaggio che vive solo nel momento dello scatto e all’interno dello scatto e non oltre.
Le foto nascono da un atteggiamento riflessivo che intende suscitare nell’osservatore interrogativi legati allo stereotipo, in questo caso prodotto dall’azione congiunta del cinema e degli altri mass media, come la tv e le riviste femminili.
Esempio 1. Untitled Film Still 9
Esempio 2. Untitled Film Still 13

Altro progetto fotografico di Cindy Sherman è intitolato Ritratti della storia, pubblicato nel 1988. All’interno di quest’opera le citazioni non sono più cinematografiche ma legate spesso a figure della storia dell’arte.

Tra i protagonisti del panorama fotografico a partire dalla fine degli anni ’70 troviamo poi Jeff Wall, fotografo canadese che nasce nel 1946 e si forma come storico dell’arte.
La sua fotografia si identifica come una costante messa in scena della realtà, come un’appropriazione di immagini e linguaggi provenienti dalla propria storia, dalla storia della fotografia e dalla storia dell’arte.
Lo rende famoso la foto intitolata The destroyed room del 1978, un’immagine di dimensioni epocali (oltre 2 m di lunghezza), la cui scena fu interamente ricostruita in modo da poterla fotografare. La foto fu presentata non come una normale fotografia su carta ma come una fotografia retroilluminata. Sul piano luministico e compositivo, dunque, imponeva un confronto sia con la pittura classica sia con le modalità tipiche del tabellone pubblicitario. In particolare, l’ispirazione dalla storia dell’arte è il dipinto di Delacroix La morte di Sardanapalo.

I generi su cui Jeff Wall lavora sono:
→ nature morte, paesaggio
→ tradizione del ritratto
→ fotografia documentaria e fotografia di genere.

Wall scatta pochissime fotografie all’anno a causa delle loro grandi dimensioni e a causa del fatto che presupponevano una messa in scena e un atteggiamento da parte del fotografo quasi da regista cinematografico. Alla loro messa in scena, inoltre, concorrevano tutta una serie di altre professionalità come costumisti, truccatori, attori e scenografi.
Spesso le immagini sono montate all’interno di light box, come vere e proprie insegne pubblicitarie.
Esempio 1. Mimic, 1982
Esempio 2. La fossa allagata, 1998-2000 → ha presupposto 2 anni di lavoro ed è composta da 75 immagini diverse → mostra una giornata piovosa in un cimitero di Vancouver, nella cui fossa vi è la flora marina, elemento perturbante.

Altro fotografo importante di questi decenni è Hiroshi Sugimoto, fotografo giapponese nato nel 1948, che conduce degli studi a Los Angeles e si trasferisce poi a New York.
La sua opera ruota attorno ad alcuni nuclei tematici:
• I paesaggi marini, resi immobili dal prolungamento della posa con una suddivisione dello spazio in due campiture delimitate dalla linea dell’orizzonte.
• Interni di teatri e sale cinematografiche, contraddistinti sempre dalla presenza di uno schermo bianco che contrasta l’architettura degli interni immersi nell’oscurità.
Queste immagini erano realizzate mediante una tecnica di ripresa che si fondava sull’apertura dell’otturatore della macchina e sull’esposizione della pellicola per un tempo equivalente alla durata di un film: lo schermo bianco e la sala apparentemente vuota sono quindi frutto di un’esposizione prolungata.

Esempio 1. Movie theathers (Avalon Theather)
Riproduzioni tridimensionali di scenari naturali all’interno del Museo di Storia Naturale di New York.
Esempio 2. I primi antenati dell’uomo, 1994 → l’esclusione di ogni elemento esterno permette di collocare l’immagine al confine tra realtà e fantasia e agli animali impagliati del museo di “tornare a vivere” nelle foto.

L’opera di Sugimoto ha a che fare con diverse sensibilità artistiche, tra cui il minimalismo, l’arte concettuale e le avanguardie del '900 e si configura come una riflessione sul tempo.

Importante è anche la figura di Alec Soth, fotografo americano noto in particolare per le sue opere intitolate “Dormendo vicino a Mississipi”(2004) e “Niagara” (2006).
Le sue foto rappresentano fatti e vicende di storie marginali e presentano quello che potremmo definire un “impianto narrativo on the road”, fondato sull’accumulazione di storie minime e personali.

Esempio. Melissa, 2005 e Patrick, 2002.

In Germania invece sono gli anni della cosiddetta Scuola di Düsseldorf, i cui fotografi ispiratori furono i coniugi Becher. Tra gli allievi vi furono Thomas Struth, Andreas Gursky, Thomas Ruff e Candida Hofer.

Thomas Struth è celebre anzitutto per una serie di scatti dedicati ai musei e ai loro visitatori:
• Foto di grandissimo formato
• Il colore come elemento costitutivo
• Complessità sul piano compositivo
• Lungo tempo di realizzazione e tempo altrettanto prolungato di osservazione.

Esempio. Louvre IV, 1989.
Apparentemente predomina un intento documentario, anche se in realtà le scene sono “costruite” dal fotografo.

Con Andreas Gursky la fotografia si è ormai pienamente inserita come forma d’arte contemporanea.
Egli è noto soprattutto per i suoi paesaggi prospettici caratterizzati da un punto di vista rialzato e da cui traspare l’interesse verso il rapporto tra il paesaggio naturale e quello artificiale.
Le sue opere sono di notevole formato e assimilabili a grandi tableau, ottenuti grazie anche a un’elaborazione digitale delle immagini. La figura umana, quando è presente, è sovrastata dallo spazio e diventa quasi una pura presenza cromatica.

Esempio. La borsa di Chicago, 1989. → le figure umane si confondono con lo spazio, tanto da sembrare puntini di un quadro simbolista. Questa foto, come le altre, è stata sottoposta a una lettura in chiave simbolica: secondo una prima ipotesi Gursky avrebbe voluto mettere in scena la spersonalizzazione dei personaggi ritratti, schiacciati dai valori del mercato.

Tratto da STORIA DELLA FOTOGRAFIA di Roberta Carta
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