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Il corpo in fotografia


Fra il XIX e il XX secolo, l'avvento e la diffusione di nuove forme di comunicazione, quali la fotografia e il cinema, hanno determinato una progressiva espansione della 'visibilità' del corpo umano.

L’immagine del nudo e del corpo sono uno dei tempi più controversi nell’ambito della rappresentazione attraverso il mezzo fotografico.

Le forme di rappresentazione che nella storia della fotografia si sono avvicendate come generi specifici sono molte.
Primo fra tutti è il ritratto, la cui iconografia e struttura simbolica trovano le radici nella pittura.
Secondo Berger l’ideale di bellezza classica considerava la raffigurazione del nudo e del corpo in rapporto a una complessa serie di strutture e valori sociali e culturali. In questo senso, la sessualità diventa un costrutto nel quale si riflettono altri valori e altri rapporti, come la differenza sessuale, l’omosessualità e l’immagine della donna.
L’opera di molti fotografi recenti è per esempio incentrata sul tentativo di modificare i parametri di riferimento, in particolare in rapporto al corpo femminile.

Fin dagli albori della fotografia, le foto hanno indagato sulla rappresentazione dei corpi nudi in spazi privati, trasmettendo l’idea di qualcosa di illecito e segreto e aprendo quindi lo spazio privato all’occhio pubblico, che tradizionalmente è quasi sempre maschile.
Ancora all’inizio del Novecento, dietro la rappresentazione del nudo si celano stereotipi femminili legati alle fantasie e alle aspettative maschili. La donna viene guardata nel suo duplice ruolo di spettacolo, rivolto allo sguardo maschile, e stereotipo, quindi moglie, amante, ecc.
I soggetti guardano raramente verso l’obiettivo e la donna è quasi sempre inscritta in un’iconografia simbolica specifica, come fiori e ruscelli.
Gli studi di fotografi come Rejlander e Steichen sulla forma femminile seguono i medesimi stereotipi.
Negli anni ’70 dell’Ottocento, Muybridge propone una serie di scatti che fanno parte del suo studio sull’anatomia umana e sui movimenti del corpo umano. Mentre le figure maschili sono invariabilmente attive, quelle femminili incarnano quasi sempre ruoli passivi e tradizionali.

Nella rappresentazione del corpo attraverso la macchina fotografica emerge quindi la presenza di tutta una serie di assunti sociali e culturali.

Assumono particolare importanza nei primi anni del '900 le foto scattate da Bellocq in un bordello di New Orleans: le donne si mostrano alla fotocamera secondo i codici dell’ambiente circostante e della professione svolta, imprigionandosi nella loro posizione sociale.

Nella prima metà del ‘900, Stieglitz conduce diversi studi sulle forme femminili fotografando la seconda moglie, Georgia O’Keeffe, giungendo a un linguaggio visivo del tutto nuovo e personale.
Da queste foto emerge invece la centralità attiva del soggetto fotografato: è Georgia a determinare i parametri di riferimento, facendo emergere una personalità individuale decisa e distinta che si oppone al concetto di corpo femminile come prolungamento dello sguardo maschile. Nell’arco di 27 anni la moglie di Stieglitz diventa unico soggetto di un intero corpus fotografico caratterizzato da una tensione continua, tra il tentativo di Stieglitz di raffigurare la moglie secondo le proprie predilezioni e i propri presupposti e la resistenza di lei.
Esempio 1. Torso, 1919.

La questione delle fantasie maschili è messa in evidenza nell’opera del fotografo Hans Bellmer, fotografo tedesco la cui opera più importante consiste in una lunga serie di fotografie scattate a una bambola, protagonista di ambientazioni sempre più bizzarre, legate alle fantasie sessuali del fotografo. La bambola appare spesso mutilata, quindi il linguaggio utilizzato per creare le immagini riflette una visione violenta di fondo, descritta in termini di potere e desiderio maschile.
Il corpo è letteralmente un oggetto su cui proiettare fisicamente un gioco inconscio di fantasie.

Le immagini del corpo femminile vanno spesso di pari passo ai valori della cultura consumistica a cui appartengono e si distinguono, soprattutto nell’ambito del nudo, in maniera netta dalle immagini del corpo maschile.
Significativa è l’attività della fotografa americana Barbara Kruger, le cui foto mettono attivamente in discussione tutti i presupposti maschili entrati a far parte dell’immaginario collettivo.
Manifesto della sua opera è la foto intitolata My face is your fortune → l’immagine principale mostra una donna che si sta lavando la faccia dal trucco, elemento che appartiene ancora a una serie di stereotipi legati al mondo femminile. Lavarsi significa in questo senso rivendicare il volto come proprio, rivendicazione sottolineata dalla frase “my face is your fortune” e dall’uso di aggettivi possessivi.

Nel ‘900 vi sono stati però tentativi di avvicinare la rappresentazione del corpo maschile a quello femminile.
Per esempio, nella foto di Minor White intitolata Portland il corpo maschile è innestato nell’iconografia della passività femminile, quindi il corpo presentato come spettacolo e come un oggetto sessuale. Tuttavia, emergono un rapporto paritario tra il soggetto e il fotografo e la presenza fisica dell’individuo, elementi che raramente vengono trasmesse dalle foto di forme femminili.

Nell’America degli anni ’80 e dell’AIDS, figura ampiamente criticata sarà quella di Robert Mapplethorpe, la cui fotografia era rivolta ad un pubblico omosessuale.
Le sue foto, come i suoi autoritratti, mostrano una ricerca ininterrotta della messa in discussione della tradizione eterosessuale dominante, dando forma autonoma invece alla fantasia e ai valori omosessuali.

Nello stesso periodo, significativa è anche l’attività della fotografa Joe Spence, che fece del proprio corpo il soggetto della rappresentazione: si fotografò prima di morire, mostrando gli effetti del tumore sul suo aspetto. Le foto non si limitano quindi a mostrare una condizione dolorosa e deturpante, ma mettono letteralmente a nudo la sofferenza e sottolineano come il corpo rappresenti un’identità individuale e non sia solo il luogo del desiderio maschile.
Esempio. Industrializzazione, 1982.

Tratto da STORIA DELLA FOTOGRAFIA di Roberta Carta
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