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Daniello Bartoli – Le lumache


Il Bartoli non è, come è stato spesso detto, un maestro dell'eccesso e dell'arzigogolo barocco; è più che altro un classico del barocco. La Ricreazione del savio è anche una sorta di enciclopedia non lontana da quelle medievali, e vi abbondano perciò le descrizioni dei più vari aspetti del creato, dove la forza visiva e immaginativa si unisce però sempre ad un aspetto che possiamo chiamare scientifico, la precisa e paziente esperienze diretta della natura, capace di tracciarne le leggi come, e ancor più, di coglierne le mille eccezioni.
Tratteremo di una descrizione del piccolo, delle chiocciole. Anche qui Bartoli è al meglio, tra precisione e amore dell'osservazione diretta, esattezza dello stile, capacità di descrivere le bizzarrie del creato senza sovrapporvi troppa bizzarria di stile, e anzi restando sempre senza parole di fronte all'infinita inventività della natura. Curiosità per ciò che è vario e strano nel mondo delle cose che esistono e capacità di reductio ad unum vanno sempre assieme.
Spiccano in questo passo alcuni dei migliori tratti stilistici collaudati dal prosatore: l'animazione nel descrivere attraverso esclamazioni e interrogazioni che personalizzano il rapporto con la natura e ne sottolineano la meraviglia; l'entusiastica e pur controllata elencazione che però è tutta basata sui sostantivi, e cioè dell'ornamentazione; i paragoni, che nel gesuita sono anzitutto un omaggio all'armonico rispondersi dei vari aspetti della creazione: 396 ss., 410 – 412, 425, 427, 431; l'affettuosa precisione nel caratterizzare per analogia e quasi minaturisticamente gli elementi minimi e sfuggenti del corpo degli animalucci (e da notare sono i vari diminutivi e vezzeggiativi); l'arte della distinzione attraverso parasinonimi opposti o intermedi, come nel polisindeto di 422 – 423, o in 426 o in 428.
Spesso il Bartoli chiama in causa nelle sue descrizioni le arti figurative, con particolare riguardo all'architettura. Ma nel caso delle chiocciole si tratta di creature non solo piene di leggiadria, maestà, vaghezza, ad onta delle superficiali apparenze di piccoli mostri, ma precisamente di qualcosa che rientra perfettamente nei canoni barocchi e secenteschi in genere della bellezza bizzarra.

Tratto da STORIA DELLA LINGUA ITALIANA di Gherardo Fabretti
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