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Giorgio Vasari – Il Giudizio Universale di Michelangelo


Il brano commentato è ricavato dalla Torrentiniana del 1550 e non dalla Giuntina del 1568, essendo ormai riconosciuta la maggiore pregnanza stilistica della prima rispetto alla seconda. Vasari in questo brano descrive quasi in presa diretta (l'affresco fu reso per la prima volta visibile il 31 ottobre del 1541) il Giudizio inaugurando, o meglio inventando, ciò che della critica d'arte è il momento più specifico, la descrizione o ecfrasis e in generale quelle che Longhi chiamerà le equivalenze verbali del linguaggio figurativo. Ora è ben vero che l'ecfrasis comporta per sua natura la frammentazione per segmenti successivi e come per progressivi riconoscimenti dell'unità dell'opera, ma è particolarmente in Vasari che essa si snoda per serie e agglomerazioni di particolari, quasi ripartendo ogni volta da zero piuttosto che per quadri d'assieme, senza timore di ripetere le segnalazioni deittiche. A questa serialità diffusa si subordinano gli elenchi brevi e le replicazioni variate, spesso in forma di figure etimologiche (vincitore – vincere, difficilmente – facilità, peccatori – peccato, uomo – uomini). Il Vasari scrittore è stato autorevolmente definito manierista, ma intendiamolo come equivalente del primo manierismo, non del secondo, cui apparteneva come pittore. Di fatto questa attitudine stilistica emerge prima di tutto dalla sintassi del periodo e diremmo dal modo di condurla: tendenzialmente larga, con eventuali contrapposti di periodi brevi, spesso monofrasali; una sintassi caratterizzata dall'insistente collocazione in coda, con effetto nobilitante, dei verbi. Ma se molte volte il legame tra l'uno e l'altro periodo, o fra le parti di questo, è esplicito e razionale, in vari altri casi qualcosa si rompe e i legamenti divengono intuitivi e poco grammaticali.
Frequenti, anche se contenuti, sono i toscanismi, di vario genere: faccendo, banda, resurressione, avendogli. Diciamo che il manierismo vasariano non è, come è stato detto, il prodotto di un omo sanza lettere, e tuttavia poggia su una grande libertà linguistica. Quello che rende attraente e affabile  la prosa di Vasari è appunto la compresenza di grammaticale e agrammaticale, di costruito e di improvvisato, di connesso e sconnesso, di ragionato e di emotivo.
La stupefatta ammirazione dell'autore per l'affresco è espressa soprattutto con termini ed espressioni superlativanti che indicano da un lato bellezza suprema e dall'altro meraviglia per l'ampiezza quasi incalcolabile e la ricchezza di figure dell'opera. È notevole l'intreccio di bellezza e terrore che Vasari individua.

Tratto da STORIA DELLA LINGUA ITALIANA di Gherardo Fabretti
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