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Il melodramma romantico all'epoca di Vincenzo Bellini e di Gaetano Donizetti.


Il romanticismo italiano si sviluppa quasi contemporaneamente a quello francese, dopo quello inglese e tedesco. Il romanticismo italiano continua a nutrirsi indirettamente dei succhi illuministici francesi e il risultato è un movimento che anziché opporsi al movimento classicista, finisce per continuarlo, promulgando una idea di romanticismo dove sentimento e ragione non sembrano poi così tanto in contrasto; questo perché in Italia troppo forti e dure a recidere erano le radici classiciste.
Nell’ambito musicale il melodramma regna incontrastato, decaduta ormai la tradizione strumentale alla fine del Settecento; diversamente, in Germania, la tradizione strumentale fu quella più adatta a rappresentare i nuovi moti romantici dell’animo.
Vincenzo Bellini nasce a Catania nel 1801 e muore a Puteaux nel 1835. E’ la prima e più importante identità rappresentativa della prima epoca romantica italiana. Bellini è come la sua musica: dolce, fatta di lirismo terso e sognante, di melodia e canto aereo, linearmente puro. Una musica che trascende gli schemi e le tensioni drammatiche tipiche della consuetudine operistica italiana e fortemente irrise dai contemporanei tedeschi, che ammiravano sinceramente il musicista catanese, Chopin, Liszt e Wagner tra gli altri.
Ma non si può ridurre il valore di Bellini al mito della sua melodia miracolosa e del suo lirismo supremo e cristallino. L’opera italiana del Settecento aveva assolutamente trascurato l’unità e la coerenza del discorso drammatico; Bellini fu il primo operista italiano dell’Ottocento a sentire, come esigenza primaria, il dovere dei personaggi di un dramma di vivere esteticamente anche nei recitativi, conferendo anche a questi elevatezza lirica.
Il librettista Felice Romani, tanto contestato quanto apprezzato, molto contribuì a questa innovazione, fornendo a Bellini quasi la totalità dei libretti, esclusi i primi due e l’ultimo, i Puritani. Romani era un metastasiano: i suoi libretti osservavano uno stile classicheggiante fedele ai moduli del “maestro” ma inseriti in trame avventurose o patetiche, di solito ricavate, come tradizione voleva allora, dai grandi scrittori romantici allora in voga, quali Byron, Scott, Hugo e Dumas.
Il Pirata, nel 1827, consacra Bellini sulla scena europea. Seguono nel 1829 La Straniera e Zaira, e nel 1830 I Capuleti e i Montecchi, poi Beatrice di Tenda, del 1833, e a seguire i capolavori La sonnambula e Norma, rappresentati a Milano nel 1831. La Sonnambula ottiene un enorme successo e pesca direttamente dalla comedie larmoyant settecentesca. Ambientata adesso in Svizzera, il tono idilliaco e la suggestione notturna che trasmette il sonnambulismo della protagonista dalla pelle diafana, conferisce all’opera un tono assolutamente romantico.
La Norma si ispira alla tragedia classica e svolge un argomento fortemente affine a quello della Vestale di Spontini: una sacerdotessa per amore viene meno ai sacri voti di castità e affronta il sacrificio. La Norma di Bellini si libera dalla misura classicista un po’ ingessata di Spontini e si sublima in un lirismo magistrale, con punte metafisiche.
Il libretto dei Puritani è di Carlo Pepoli. Qui Bellini pare volersi aprire più esplicitamente all’estetica romantica, specie nell’uso fortemente espressivo dell’orchestra, di solito con funzione di mero accompagnamento. Nonostante il tema guerriero e romanzesco, è il tono elegiaco a prevalere.
Gaetano Donizetti nasce a Bergamo nel 1797, da famiglia poverissima. La sua poetica musicale è affine a quella di Bellini ma per arrivarvi percorre la strada inversa: anziché dilatare liricamente e trascendere gli schemi tradizionali, rende immanente a quegli schemi stessi la pulsione romantica. Lo stile di Donizetti è fatto di fedeltà ad una maniera, e allo stesso tempo in una espansione del canto che non ha precedenti nella storia della lirica. La norma e l’esuberanza, il rispetto formale e l’effusione canora, armonicamente uniti, rappresentano la cifra più caratteristica di Donizetti, bilanciato tra sentimenti di liberalità e moderazione.
I personaggi donizettiani dell’opera giocosa, grazie alla musica, acquistano un calore sentimentale che li sottrae al mero ridicolo della farsa, dotandoli invece di una familiarità e di una quotidianità deliziosa, come il dottor Dulcamara del suo capolavoro, l’Elisir d’amore. Ma Donizetti dà grande prova di sé anche nell’opera seria, specie con Lucia di Lammermoor, ricavata da Walter Scott. È una perfetta fusione tra la psicologia dei personaggi e l’ambiente evocato intorno a loro. Un’opera intensamente romantica, notturna e metafisicamente allucinata.

Tratto da STORIA DELLA MUSICA di Gherardo Fabretti
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