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La monarchia assoluta del 600 in Europa


Nella monarchia assoluta lo sviluppo secolare delle strutture statali europee toccò il suo primo apice. Già nel tardo Cinquecento e nel Seicento, pur non parlando ancora di assolutismo, i contemporanei usavano il concetto di assoluto in riferimento ad un potere ab – soluto, cioè sciolto da vincoli. Per Jean Bodin, nel 1576, esso era il potere supremo e svincolato dalle leggi di fronte a sudditi e cittadini. Secondo questa formula, colui che intendeva regnare sovrano, doveva dar prova che la sua condotta politica era libera da determinate limitazioni: né sudditi né leggi emanate dal sovrano stesso o precedenti potevano vincolarlo nel suo esercizio illimitato di potere. Facevano eccezione le leggi positive, che era la legge divina e di natura, a cui anche i re sottostavano; non potevano ad esempio attentare alla proprietà privata dei sudditi.
Quando Bodin scriveva, la monarchia francese aveva disperatamente bisogno di legittimazione, insidiata com'era dagli umori dei partiti di corte. Un secolo dopo, lontana la crisi dinastica, tutti si prostravano dinanzi al potere e alla volontà sovrana di Luigi XIV. La resistenza era stata abbandonata o si era affievolita a tal punto che il re ne aveva avuto ragione con facilità, senza neppure rinunciare alle sue grandi imprese di politica estera. Cos'era accaduto?
Era accaduto che Luigi XIV, muovendosi sul sentiero che gli avevano tracciato Enrico IV, Richelieu e Mazarino, aveva elevato l'assolutismo a sistema politico. I vecchi governatori autocrati delle province, tutti più o meno sostenitori dell'autonomia dei signori feudali, avevano perduto la loro influenza e il loro potere. L'esercito, costituitosi durante la guerra dei Trent'anni, pur non essendo ancora un esercito moderno, disciplinato, si distingueva già sensibilmente dalle leve militari del feudo medievale perché era ora permanente, sempre in armi e sempre pronto ad essere impiegato. C'era un piccolo gruppo di funzionari, una trentina, chiamati intendants, che rappresentavano il re nelle grandi province vigilando sugli antichi titolari di feudi.
È soprattutto a corte che l'assolutismo di Luigi XIV tocca la sua espressione più coerente. Sebbene il Consiglio del Re con le sue varie ripartizioni esistesse ancora, era ormai solo il Conseil d'en haut nella sua composizione successiva alla radicale epurazione del 1661 la sede in cui, dopo un giro ristretto di consultazioni con i consulenti più fidati, venivano prese le decisioni più importanti. Il re non si spostava più, erano gli altri, i nobili, a venire da lui.
Alcuni storici hanno visto rimproverarsi il fatto di identificare l'assolutismo con Luigi XIV. È un rimprovero in parte giustificato. Ci furono altre creazioni assolutistiche in giro per l'Europa che non furono certo imitazioni pallide di quella francese.
In Spagna l'assolutimo era stato realizzato cent'anni prima con Filippo II, che si stabilì a Madrid, nel 1559, ponendo fine agli spostamenti tradizionali del re, compiendo un passo che sarebbe presto stato ricalcato da ogni futuro monarca assoluto e che perciò si può considerare costitutivo di questa prassi di dominio. Conferendo poi cariche ufficiali di corte alla nobiltà e compensandole delle posizioni perdute, scongiurò colpi di mano. Negli uffici chiave invece pose giuristi e teologi di estrazione borghese – i letrados – che nel mondo castigliano del 1500 impersonavano il dinamismo politico e sociale.
Eppure da un diverso punto di vista sarebbe difficile far rientrare il regno di Filippo II nel tipo della monarchia assolutta europea. Filippo II doveva pur governare un agglomerato di paesi che non avevano nulla a che vedere con gli stati centrali a regime assolutistico del secolo successivo. Impossibile centralizzare l'immenso regno lasciatogli da suo padre e con la decadenza economica della Castiglia, centro dell'impalcatura, il meccanismo finì per incepparsi.
Tratto da STORIA MODERNA di Gherardo Fabretti
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