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Bateson: il “vedere” ciò che si guarda



Come ricorda Bateson, quasi tutti in effetti presumono di vedere ciò che guardano e questo perchè i processi percettivi sono del tutto inconsci.

La conoscenza e la comparazione linguistica possono divenire determinanti per rischiarare ordini concettuali diversi e per illuminare, per contrapposizione, zone oscure della realtà. Analogamente deve accadere per la vista. La conoscenza di un sistema visivo diverso, dei suoi interni ordini di relazione e significato, la comparazione con il nostro, portato alla luce, può consentire di accedere a ordini logico-formali di non immediata esperibilità.

I mezzi audiovisivi possono grandemente agevolare il processo di revisione critica dell'osservazione sin qui delineato. La fotografia in particolare consente una critica dello sguardo di notevole efficacia: tra gli strumenti di alfabetizzazione visiva occupa un posto privilegiato.
La fotografia, permette innanzitutto una valutazione analitica dell'osservazione aiutando a ricostruire il sistema di relazioni che intercorrono tra gli oggetti nella realtà indagata. Gli elementi significativi di quest'ultima si dispongono all'interno dell'immagine nella sezione spazio-temporale che il ricercatore ha scelto di ritagliare.  Il testo fotografico, costruito con un determinante apporto del soggetto raffigurato, delle sue strategie, delle sue logiche, della sua presenza, della sua forma, contiene gli elementi di significazione propri del terreno, i nessi di struttura che legano la realtà in una concatenazione dotata di senso e di significato. La macchina fotografica non soltanto offre un testo che contiene le relazioni di struttura della realtà raffigurata, ma fornisce inoltre documento dei processi di traduzione dello sguardo in visione e di inserimento di quest'ultima nel campo storicamente segnato dell'osservazione. La macchina fotografica in altre parole costituisce un insostituibile strumento di decostruzione dello sguardo e di individuazione dei codici che operano all'interno della situazione di interfaccialità etnografica. Proprio per questo l'utilità maggiore della fotografia, nell'indagine etnografica, si ha quando si vogliono organizzare reti di dati, sostenute da griglie di lettura di tipo critico, che consentono la classificazione della realtà osservata, quando si individuare le chiavi di volta di un sistema di rappresentazione e i suoi schemi di lettura paradigmatica e sintagmatica.

Occorre ricordare come tuttavia la macchia fotografica realizzi una visione diversa da quella naturale, proprio questa artificialità permette il compito critico. Di tale peculiarità occorre tener conto quando si analizzano, nella prospettiva disciplinare, le immagini. La memoria etnografica infatti si costruisce su immagini: quelle mentali, quelle scaturiscono dalla scrittura, quelle che provengono dai mezzi meccanici (per quanto concerne il nostro discorso ossia dalla macchina fotografica).
I primi due tipi di immagine originano dalla visione naturale, il terzo tipo da quella artificiale.
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