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Guerra, alleanze e rapporti interstatali, critiche di Kaplan e Aron

Guerra, alleanze e rapporti interstatali
A questo punto, Aron passa a criticare le 6 regole formulate da M. Kaplan, necessarie e sufficienti per il funzionamento di un sistema schematico, che chiama balance of power: 

Formulazione di Kaplan
1. Ogni attore deve agire in modo da accrescere le proprie capabilities, ma deve preferire i negoziati al combattimento. 
2. Ogni attore deve combattere piuttosto che perdere un’occasione di accrescere le proprie capacità. 
3. Ogni attore deve cessare di combattere piuttosto che eliminare un “attore nazionale principale” (= è quello che il linguaggio moderno battezza “grande potenza”, o Stato che, grazie alle forze che possiede, costituisce uno degli elementi essenziali del sistema dell’equilibrio). 
4. Ogni attore deve agire in modo da opporsi ad ogni coalizione o ad ogni attore individuale che tenda ad assumere una posizione di predominio nei confronti del resto del mondo. 
5. Ogni attore deve agire in modo da costringere gli attori che sottoscrivono un principio soprannazionale di organizzazione.
6. Ogni attore deve permettere agli attori nazionali, vinti o piegati dalla costrizione, di rientrare nel sistema come partners accettabili, o far entrare un attore fino a quel momento non essenziale nella categoria degli attori essenziali. (vedi critica alla regola 3) 

Critica di Aron 
1. Secondo Aron, questa regola vale per ogni sistema definito dalla lotta di tutti contro tutti: poiché ognuno conta soltanto su se stesso, ogni aumento di risorse è, in quanto tale, benvenuto, purché non ci siano mutamenti negli altri campi. Ma è raro che uno Stato aumenti le sue risorse senza che vengano modificati le risorse degli alleati o dei rivali e il loro atteggiamento nei suoi confronti. 
Inoltre, che il negoziato sia preferibile al combattimento è un postulato che esige che gli attori facciano astrazione dal loro amor proprio o dalla gloria. 
2. Questa regola, secondo Aron, non è né razionale né ragionevole, dato che, quale che sia la formula precisa che si adotterà, la probabilità di aumentare le proprie capacità non basta a giustificare il ricorso alle armi. 
3. Le regole 3 e 6, secondo Aron, tendono a contraddirsi. In un sistema di equilibrio pluripolare, l’uomo di Stato saggio esita prima di eliminare uno degli attori principali, non spinge la vittoria fino alle sue estreme conseguenze se teme di distruggere un nemico temporaneo, necessario all’equilibrio del sistema. MA se l’eliminazione di uno degli attori principali causa direttamente o indirettamente l’apparizione sulla scena politica di un attore equivalente, egli si chiederà quale dei 2 attori sia più favorevole ai propri interessi. 
4. Secondo Aron, questa legge è semplicemente l’espressione del principio dell’equilibrio, valido per tutti i sistemi internazionali. Nessuna delle altre regole, interpretate alla lettera si impone con evidenza in maniera generale. 
5. Questa regola equivale al principio: ogni Stato che obbedisce a un’ideologia o agisce secondo una concezione sopranazionale è, in quanto tale, un nemico. Ma, secondo Aron, questo principio non è rigorosamente implicato dal modello ideale di un equilibrio pluripolare, dato che tutto dipende dal rapporto delle forze e dalle probabilità che hanno gli Stati nazionali di ridurre con le armi la seduzione dell’idea transnazionale.
6. (vedi critica alla regola 3) 

Più generalmente, tutte queste regole suppongono implicitamente che la salvaguardia dell’equilibrio e del sistema sia l’unico obiettivo o, per lo meno, la preoccupazione predominante degli Stati. Invece non è così: la condizione del mantenimento di un dato sistema è la salvaguardia degli attori principali, ma nessuno di essi è razionalmente obbligato a porre il mantenimento del sistema al di sopra di questo o di quello dei suoi interessi privati. Supporre implicitamente che l’obiettivo degli Stati sia la salvaguardia o il funzionamento del sistema, significa confondere il calcolo dei mezzi o il contesto della decisione con lo scopo medesimo. 
Detestabile o ammirevole, funesta o preziosa, la diplomazia dell’equilibrio non risulta da una scelta deliberata degli uomini di Stato, bensì dalle circostanze. La scena geografica, l’organizzazione degli Stati e la tecnica militare devono impedire che la forza si concentri in uno o in 2 Stati ⇒ la molteplicità degli Stati che dispongono di risorse comparabili è il carattere strutturale del sistema pluripolare. Così, in Grecia la scena geografica non era ostile all’indipendenza delle polis o dei regni. Il desiderio di realizzare l’equilibrio ispira tanto più la diplomazia quanto più gli uomini intendono preservare l’indipendenza della propria unità politica: i cittadini greci non separavano la loro libertà personale da quella della loro polis ⇒ combattendo gli uni contro gli altri, difendevano l’autonomia delle polis. 
Occorre però che i mutamenti nel rapporto delle forze non siano troppo rapidi. Il sistema funziona meglio se gli attori sono noti e se il rapporto delle forze è approssimativamente stabilizzato. Nessuna di queste condizioni presa isolatamente basta a garantire la sopravvivenza di un sistema pluripolare. Il desiderio di realizzare un sistema comune non resiste a un’eterogeneità troppo accentuata. 

Tratto da TEORIA DELLE RELAZIONI INTERNAZIONALI di Elisa Bertacin
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