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Pratiche magiche, superstizioni e credenze degli antichi romani

Pratiche magiche, superstizioni e credenze degli antichi romani


La magia era considerata l’arte di dominare le forze della natura in virtù di particolari poteri, prescindendo dall’implorazione di un essere supremo; proprio per tale aspetto la magia fu sempre osteggiata da collegi sacerdotali ufficiali. Gli studiosi moderni hanno classificato gli atti magici in due categorie: magia simbolica (pratiche in cui si riproduceva con l’uso di simboli tutto ciò che si desiderava – amore, ricchezza, gloria) e magia simpatica (incantesimi che praticati attorno ad un oggetto che apparteneva o era appartenuto a una persona, producevano l’effetto sulla persona alla quale erano riferiti. Per gli antichi romani la superstizione e le pratiche sacro-magiche entravano nel quadro dei normali rapporti tra l’uomo e la divinità. Si credeva infatti che le divinità potessero inviare avvertimenti agli uomini attraverso numerosi segnali: il canto delle cornacchie, un sogno infausto, la caduta a terra di un anfora di olio, il canto del gallo durante un convito, avvenimenti che rivestivano tutti valore di presagio e che potevano modificare la vita degli uomini dominandone, in alcuni casi il loro spirito. Secondo le credenze popolari l’uso di alcuni oggetti o la presenza di alcune persone era in certi casi vietata perché portatori di influssi malefici, come ad esempio il divieto alle donne di passeggiare per le strade col fuso, perché si credeva che fossero di cattivo augurio per il raccolto. A togliere la tranquillità nell’animo del popolo di Roma erano le ombre dei morti, retaggio della religione etrusca: si credeva ai fantasmi che vagavano nelle case, ai lupi mannari, alle streghe, ai vampiri. Erano considerati infausti i numeri pari e di buon augurio quelli dispari specie il 3 e i suoi multipli (tre erano i membri di alcuni collegi sacerdotali, tre le divinità capitoline).
Tratto da VITA E COSTUMI DEI ROMANI ANTICHI di Alessia Muliere
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