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"La crisi delle scienze europee" di Husserl



Alla fine della sua vita scrive La crisi delle scienze europee (1937) in cui rivede alcuni presupposti: riflette sulla crisi dell’ideale scientifico europeo su cui egli aveva basato il suo pensiero. In quest’opera infatti egli mostra un’altra faccia: quella scienza è tra le cause delle devastazioni delle culture mondiali, nonostante l’apparente progresso che portano con sé. Rivaluta allora la storia, il nostro divenire. Alla base della crisi, vi è la riduzione dell’idea della scienza a scienza di fatti, la quale prescinde da qualunque riferimento al soggetto che compie l’indagine scientifica. Ciò vale anche per le scienze dello spirito, nelle quali l’avalutatività, in quanto da giudizi arbitrari soggettivi, diventa l’ideale da perseguire. Escludendo in linea di principio i problemi del senso dell’esistenza, la scienza finisce con l’estraniarsi dagli uomini: ne consegue che le mere scienze di fatti creano meri uomini di fatto. Se prima egli aveva considerato l’essenza l’unico strumento per conoscere l’uomo e il mondo, adesso si rende conto che per capire da dove viene la crisi in tutti i campi e gli aspetti dell’agire umano, bisogna guardare alla sua evoluzione storica. In particolare la crisi delle scienze parte dalla crisi dell’idea di filosofia, come scienza onnicomprensiva della totalità dell’essere. Attraverso di essa l’uomo si accorge che deve guardare anche alla sua storia e alla storia dell’umanità per cogliere il senso dell’umanità. E a sua volta la storia sarà in grado di mostrare all’uomo in un’umanità fondata sulla ragione filosofica consiste il senso dell’umanità autentica.

Tratto da STORIA DELLA FILOSOFIA CONTEMPORANEA di Carlo Cilia
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