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La rottura della chiesa dopo Lutero

A quella data Lutero non si proponeva affatto una rottura nella Chiesa. La rottura poi avvenne ma contro le sue intenzioni originarie. Vi concorsero invece l’entusiasmo che esse raccolsero da parte dei dotti prima, e poi del popolo, per il convergere delle tensioni ormai antiche, la difficoltà di Lutero a sottrarsi a quell’ondata di consensi, la mancata risposta delle autorità della Chiesa alla richiesta di una seria riflessione di fede su quel punto controverso e a una profonda volontà di riforma. L’arcivescovo Alberto di Brandeburgo chiese un giudizio sulle tesi ai teologi della sua università; poi, senza attendere il loro parere, fece aprire un processo contro Lutero, che non ebbe alcun seguito. Anche la sua denuncia a Roma seguì il cammino ordinario di tali pratiche e non fu considerata con particolare attenzione fino al marzo dell’anno seguente (1518), quando il capitolo dei Domenicani (l’ordine di cui faceva arte Tetzel, il più noto dei predicatori delle indulgenze,citò Lutero per sospetta eresia. A Roma si ebbe l’impressione che si trattasse di una controversia tra domenicani e agostiniani; di fatto, Prierias, teologo domenicano e maestro del Sacro Palazzo, ebbe l’incarico di documentare i capi d’accusa contro Lutero e redasse una risposta alle Tesi. Lo scritto, era aspro nel tono e quanto mai superficiale nel contenuto. Riconduceva il problema delle indulgenze a un attacco contro l’autorità della chiesa e del papa; soprattutto non poneva alcuna differenza tra insegnamento vincolante in materia di fede e opinioni teologiche di scuola; più che una risposta si trattava di una minaccia di scomunica. Il caso Lutero venne preso sul serio a Roma solo dopo un preoccupato intervento dell’imperatore nell’agosto del 1518. Massimiliano I aveva richiamato l’attenzione del papa sul movimento suscitato dal monaco agostiniano e sul suo insegnamento, che costituiva un pericolo per l’unità della fede. Solo allora venne incaricato di trattare la causa il legato pontificio in Germania, il cardinal Tommaso de Vio, detto il Gaetano: questi aveva il compito d interrogare Lutero ed eventualmente estradarlo da Roma. L’incontro avvenne nell’ottobre del 1518. Il Gaetano dimostrò un notevole senso di discernimento nel circoscrivere il dialogo a due soli punti, di cui era fermamente deciso a chiederne al ritrattazione. Il primo: la Resolutio 58, secondo cui il tesoro della Chiesa non sarebbe da identificarsi con in meriti di Cristo e dei Santi, contraddiceva la Bolla Unigentius di Clemente VI del 1343. Il secondo riguardava la questione relativa all’efficacia dell’assoluzione sacramentale: Lutero richiedeva che il penitente avesse la certezza di fede che i peccati gli erano stati rimessi. Lutero rimaneva irremovibile perché riteneva di fondare le sue convinzioni sulla scrittura. Il colloquio di Augsburg fallì. Tra le ragioni di tale fallimento va inclusa l’enorme diversità di carattere e mentalità dei due interlocutori. Chiese al Gaetano, e ottenne, che la sua richiesta fosse presentata a Roma, al papa Leone X. È chiaro ormai che Lutero no era più, come nell’ottobre dell’anno precedente, un monaco in cerca di interlocutori che lo aiutassero a risolvere un nodo di coscienza circa il valore delle indulgenze. Ora stava nascendo in lui un atteggiamento nuovo nei confronti della vita cristiana che puntava sul puro rinvio alle fonti: la Scrittura e i Padri della Chiesa soprattutto Agostino. Ecco il fondamento della nuova teologia di Wittenberg. C’è un crescendo nella vicenda. Di ritorno a Wittenberg Lutero stese un appello per la richiesta di convocazione di un concilio: questi doveva riunirsi legittimamente nello spirito santo e rappresentare la chiesa cattolica; in materia di fede il concilio sarebbe stato superiore al papa. Lutero fece stampare il testo dell’appello, ma intendeva tenerlo in serbo: l’avrebbe reso di pubblica ragione solo in caso di scomunica. Tuttavia l’edizione venne venduta tutta, prima ancora che Lutero potesse averne fra mano un solo esemplare. Questo non avvenne per caso, fu probabilmente un’astuta mossa diplomatica di Lutero. L’accaduto era irrimediabilmente grave: l’appello al concilio formulato in quella circostanza e in quei termini, rendeva meno credibili la sincerità di una qualsiasi ritrattazione e significava semplicemente tagliare i ponti dietro di sé. Tutto questo nel momento in cui il principe elettore gli aveva fatto sapere che erano in corso delle mediazioni con la Curia romana e che quindi quella pubblicazione risultava quanto mai inopportuna. L’episodio della pubblicazione delle Tesi diventò a questo punto il preludio di un dramma assai più vasto. Dal 1518 al 1520 si assiste non solo ad una radicalizzazione dell’atteggiamento di Lutero, ma pure a una evoluzione e ampliamento dei temi e problemi che all’avvio della vicenda erano solo accennati: ora si mette in discussione l’autorità del papa, il magistero della Chiesa, il valore dei concili ecumenici. Di più: se la pubblicazione delle Tesi in un primo momento poteva essere considerata un fatto di cronaca locale, ora diventava un elemento chiave all’interno della grande politica europea, e particolarmente di quella imperiale.
di Alessia Muliere
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