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Hume - La provvidenza e lo stato futuro

Hume riporta una conversazione con un amico che ama i paradossi scettici. Essi iniziano a conversare discutendo della filosofia, che nacque la prima volta in un’età e in un paese libero e tollerante e non fu mai impedita da idee religiose o leggi penali, ad eccezione dell’esilio di Protagora e della morte di Socrate, fatto comunque derivato in parte da altri motivi.
L’amico osservò che il bigottismo è in realtà figlio della filosofia che, alleatasi con la superstizione, si separò dagli interessi della sua progenitrice e ne divenne la nemica. Hume rispose che, in tal modo, non si considerava la politica e il fatto che un saggio potesse sospettare delle idee di Epicuro il quale, negando l’esistenza di Dio, allentava i legami della moralità e minacciava la pace.
Di fatto queste persecuzioni – osservò l’amico – derivavano da passione e pregiudizio. Se Epicuro fosse stato accusato davanti al popolo, avrebbe potuto difendersi facilmente e provare che i suoi principi filosofici erano salutari come quelli dei suoi avversari. A tale scopo, l’amico supporrà per un momento di essere Epicuro, e lascerà a Hume la parte del popolo ateniese.
I filosofi religiosi esaltano l’ordine e la bellezza dell’universo, e chiedono se un tale sfoggio di intelligenza possa derivare dal fortuito incontro di atomi. Secondo tali filosofi, il solo argomento per l’esistenza di Dio si ricava dall’ordine della natura, un argomento che risale dagli effetti alle cause.
Un corpo di dieci once che si alza in un piatto della bilancia prova che il peso che sta sull’altro piatto supera le dieci once, ma non sarà mai una prova del fatto che questo superi le cento once.
Se la causa si conosce solo per mezzo dell’effetto, noi non dovremmo mai attribuirle qualità di sorta, al di là di quelle che sono strettamente necessarie per produrre l’effetto.
Nessuno, solo per aver visto un quadro di Zeusi, potrebbe sapere che egli era anche scultore o architetto. Dall’opera che ci sta davanti, potremmo conoscere solo le qualità pittoriche dell’autore, non le altre. La supposizione di ulteriori attributi sarebbe mera ipotesi. Dunque, la bontà e l’intelligenza superlative della Divinità sono del tutto immaginarie.
I sacerdoti e poeti raccontano di un’età dell’oro. Ma quando i filosofi fanno gli stessi discorsi, egli si domanda chi ha aperto loro il libro del fato, per dire che gli dei hanno eseguito o eseguiranno qualche disegno. Se dicono di essersi elevati sui gradini della ragione, egli risponderà che hanno aiutato l’ascesa della ragione con le ali dell’immaginazione.
L’amico di Hume, Epicuro, domanda dov’è l’odiosità della dottrina che insegna. Egli nega la provvidenza ed un governatore del mondo che guidi il corso degli eventi, ma non nega il corso stesso degli eventi. Egli sostiene che l’amicizia è la principale gioia della vita. E’ possibile che la divinità abbia delle qualità che non abbiamo mai visto: ma si tratta di mera ipotesi.
Allo stesso modo, se riteniamo che una giustizia distributiva nel mondo insieme è e non è presente, dicendo che si realizza in parte ma non in tutta la sua estensione, egli risponde che non si può attribuire alla giustizia alcuna estensione al di fuori di quella che essi vedono.
Dopo aver ascoltato l’amico, Hume risponde con un esempio. Se noi vedessimo sulla spiaggia l’impronta di un piede umano, diremmo che un uomo è passato di lì e che aveva lasciato anche l’impronta dell’altro piede. Potremmo fare lo stesso ragionamento per l’ordine della natura, cioè considerare il mondo e la vita come una fabbrica incompleta, da cui possiamo inferire un’intelligenza superiore o un disegno più rifinito.
L’amico rispose che se noi conoscessimo l’uomo solo da quel singolo prodotto che esaminiamo, ci sarebbe impossibile argomentare in questo modo. Nel caso dell’impronta, noi risaliamo dall’effetto alla causa, e discendendo daccapo alla causa, formiamo nuove inferenze sull’effetto.
L’uomo è un essere che conosciamo per esperienza, di cui conosciamo bene le intenzioni. Il caso non è però lo stesso coi ragionamenti desunti dalle opere della natura. La divinità ci è nota soltanto per mezzo delle sue opere ed è un essere unico nell’universo.
La grande fonte dei nostri errori è che consideriamo noi stessi come se fossimo l’Essere supremo e concludiamo che egli, in ogni occasione, manterrà la stessa condotta che noi avremmo al suo posto. Tra l’Essere supremo e un uomo vi è la stessa analogia che tra il sole e una candela.
Hume accetta le premesse, ma ne respinge le conclusioni. L’amico conclude che le dottrine della religione non possono avere alcuna influenza sulla vita perché non devono averla, e non tiene conto che gli uomini non ragionano allo stesso modo e traggono molto conseguenze dall’esistenza di Dio: essi suppongono che la divinità darà punizioni al vizio, e ricompense alla virtù.
D’altra parte, coloro che li distolgono da tali pregiudizi non sono buoni cittadini e politici, in quanto liberano gli uomini dall’unico freno delle loro passioni e rendono più facile l’infrazione delle leggi.
Dopo tutto, Hume è d’accordo sulla conclusione in favore della libertà: lo Stato dovrebbe essere tollerante verso ogni principio filosofico. Tuttavia, relativamente all’argomento principale, Hume dubita che una causa sia di così singolare natura da non avere alcun parallelo o somiglianza con nessun altra causa. E’ solo quando troviamo che due specie di oggetti sono costantemente congiunte che possiamo inferire l’una dall’altra.
di Domenico Valenza
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