Skip to content

Il modello sistemico di Milano nella terapia familiare

Il modello di Milano nasce come un nuovo modo di concepire e praticare la terapia familiare, proprio a partire dalla stessa esperienza con le famiglie e dal costante confronto con i colleghi e gli allievi. Sono in tutto sei le fasi che hanno caratterizzato lo sviluppo di tale modello. Prima fase: 1967-75 nascita dal modello di Milano: Mara Selvini Palazzoli inizialmente dedita al trattamento di disturbi come anoressia e psicosi, fonda il Centro Milanese per lo Studio della Famiglia, all’interno del quale, insieme ad altri psicoanalisti, tra i suoi collaboratori Boscolo, Cecchin e Prata. Il gruppo lavorava con famiglie gratuitamente, discutendo i lavori di Don Jackson, Jay Haley, Paul Watzlawick e Gregory Bateson. Nel 1974 , il gruppo pubblica il primo articolo in inglese The Treatment of Children trough Brief Therapy of Their Parent, nel quale vengono riportati i primi temi fondamentali del modello di Milano:
* L’importanza dell’invio;
* L’uso dell’équipe nel corso della terapia;
* La connotazione positiva e i rituali.
Tra tutti, la descrizione dei rituali è la tecnica più innovativa che viene introdotta per cambiare l’interazione della famiglia.
La pubblicazione principale di questa fase è Paradosso e contro paradosso (1975) libro che racchiude un resoconto del lavoro svolto al Centro con famiglie anoressiche e psicotiche e nel quale viene esposta la cornice teorica del metodo di Milano.
Nella Pragmatica della comunicazione umana, Waztlawick, Beavin e Jackson parlano della famiglia come un sistema in cui il comportamento sintomatico è mantenuto da pattern transazionali governati da regole che ne prescrivono il comportamento dei membri. Le regole descrivono l’equilibrio del sistema tra omeostasi e capacità di trasformazione.
Jackson--->Modello omeostatico di famiglia: la famiglia è un sistema omeostatico in cui l’equilibrio è assicurato da un bilanciamento tra retroazioni positive (amplificano le differenze) e retroazioni negative (riduce le differenze riportando un sistema in uno stato di equilibrio) e nel quale prevalgono le negative. In una famiglia omeostatica,i pattern familiari sono mantenuti costanti da interazioni rigide che tendono ad immobilizzare regole e ruoli familiari. Le famiglie psicotiche presentano un modo rigido di interagire e il comportamento dei membri della famiglia non sono altro che mosse il cui scopo è di perpetuare il gioco familiare.
Il gruppo di Milano suddivide la struttura della seduta di terapia familiare:
* La preseduta: durante la quale i terapeuti raccolgono informazioni per la seduta;
* La seduta: che dura all’incirca un’ora, consistente di domande consistente di domande e durante la quale sono previsti interventi da parte dei membri dell’équipe di osservazione che assistono alla seduta mediante lo specchio unidirezionale e la registrazione audio/video.
* La discussione della seduta nella quale i terapeuti si riuniscono e discutono sul modo di concludere la seduta ;
* La conclusione della seduta nel corso della quale i terapeuti si riuniscono alla famiglia e presentano i loro commenti o le loro prescrizioni;
* La discussione delle reazioni della famiglia al commento o alla prescrizione da parte dei terapeuti, dopo che la famiglia se ne è andata.
Il Metodo di Milano sviluppa una nuova teoria riguardo alle interazioni delle famiglie schizofreniche: tali famiglie, utilizzano il comportamento sintomatico per mantenere l’omeostasi interna. Tuttavia, si può agire su questo tipo di interazione familiare, con un contro-paradosso  che dispone  il NON cambiamento e sostiene la tendenza omeostatica. Il principio terapeutico applicabile è la CONNOTAZIONE POSITIVA: qualificare non solo il comportamento sintomatico, ma tutti i comportamenti osservabili, come <<positivi>> o <<buoni>> dal momento che <<appaiono ispirati allo scopo comune di mantenere l’unione e la coesione del gruppo familiare>>. In questo modo il terapeuta, non si fa coinvolgere da pregiudizi ed etichette sulla famiglia e riesce ad avere una visione davvero sistemica della famiglia e diventa inoltre più accettabile ad essa perché sembra accettarla così com’è. La connotazione positiva, inoltre ha lo scopo di innescare nella famiglia, un processo di trasformazione, poiché porta i membri della famiglia alla consapevolezza che sia proprio la presenza del paziente il motivo della coesione del gruppo familiare descritto dal terapeuta come buona e desiderabile.
Principali modalità di intervenire sulla famiglia:
I RITUALI: forniscono sia gli aspetti formali che i contenuti delle prescrizioni,quindi sono caratteristici per quella famiglia e non possono essere riutilizzati in altri contesti familiari. Hanno lo scopo di intervenire nel conflitto tra le regole familiari che operano a livello verbale e quelle che operano a livello non verbale, portando un cambiamento nel comportamento. Il rituale fornisce un’esperienza emotiva condivisa da tutti i membri della all’famiglia e li mette sullo stesso piano nel momento di eseguirlo. Il rituale, pone la famiglia nella condizione di doversi comportare in modi differenti da quelli che hanno portato sintomi e sofferenza. L’obiettivo ultimo è quello di agire sui processi di comunicazione e innescare dei cambiamenti. Il rituale infatti, introduce nel sistema la prescrizione di un “gioco” le cui nuove norme prendono silenziosamente il posto di quelle vecchie.
Le PRESCRIZIONI RITUALIZZATE: forniscono solo gli aspetti formali ma non di contenuto, può essere quindi riutilizzata in molte famiglie. Ha lo scopo di proporre nuovi pattern transazionali, bloccando in questo modo quelli abituali sbagliati. L’articolo descrive il caso di una prescrizione ritualizzata per una famiglia, per la quale, a giorni alterni della settimana  uno dei genitori decideva da solo come trattare il figlio problematico, mentre l’altro genitore faceva come non ci fosse.
Infine viene descritta la resistenza delle famiglie problematiche al cambiamento, come difesa del mantenimento della propria omeostasi.
Seconda fase : ipotiozzazione,circolarità e neutralità (1975-1979):
Principali tecniche di intervento del terapeuta:
L’IPOTESI garantisce l’attività del terapeuta, permette di organizzare l’informazione disponibile e andare alla ricerca di ulteriori informazioni, e identificare i pattern relazionali. L’ipotesi del terapeuta introduce nella famiglia l’input possente dell’inaspettato, dell’improbabile e perciò agisce nel senso dell’informazione, contro il deragliamento e il disordine .
La CIRCOLARITA’: la capacità del terapeuta di condurre  la sua investigazione, basandosi sulle retroazioni della famiglia alle informazioni da lui sollecitate  in termini di rapporti e quindi in termini di differenza e di mutamento. Le domande circolari hanno l’importante effetto di porre ogni familiare nella condizione di osservatore dei pensieri, delle emozioni e dei comportamenti degli altri, creando così nella terapia una comunità di osservatori. Per mezzo di domande circolari, si sfida l’egocentrismo di ciascuno :ogni membro della famiglia “è detto” invece di “dire”, ascolta l’opinione dell’altro su di sé e così ha più possibilità di conoscerlo. Tanto la famiglia quanto la il terapeuta, attraverso le domande, cambiano costantemente sulla base dell’informazione offerta dell’altro. La circolarità è utile allo sviluppo di un’ipotesi sistemica.
Le domande circolari sono triadiche, di differenza, graduatorie, sui cambiamenti, ipotetiche e future.
- Le circolari triadiche sono domande con le quali si chiede alla persona di commentare la relazione tra altri due membri della famiglia o su una situazione in particolare o sul rapporto tra un membro della famiglia e gli altri.
- Le circolari di differenza, riguardano un comportamento e non si presumono intrinseci alla persona (esempio: “chi pensa che potrebbe aiutare di più la sua famiglia rispetto ai suoi problemi”).
- Le circolari graduatorie: sono graduatorie dei vari membri della famiglia rispetto a un comportamento o un’interazione specifica(Es. “nella sua famiglia d’origine chi pensa sia la persona più felice?”).
- Le circolari di cambiamento: sono un’indagine diacronica, prima o dopo uno specifico evento sul cambiamento nelle relazioni (Es. “andava d’accordo con i suoi genitori prima del loro divorzio?...E dopo?”).
- Le circolari sul futuro: domande aperte sul futuro, che sfidano la prospettiva immobilistica della famiglia (Es. “Che cosa pensa che accadrà alla sua famiglia nel prossimo anno?”).
La posizione del terapeuta all’interno del sistema famiglia:
- NEUTRALITA’ : è una posizione strategica assunta dal terapeuta, riguarda determinati effetti che il comportamento del terapeuta esercita sulla famiglia nella conduzione della seduta. Selvini Palazzoli sostiene che se il terapeuta ha assunto un atteggiamento di neutralità, i familiari interrogati sul suo schieramento rispetto ad un membro o più membri si ritrovano incerti e sprovveduti.
- Gli obiettivi del terapeuta:
- Il meta cambiamento: ovvero un cambiamento della capacità della famiglia di cambiare. Il terapeuta infatti assumendo una posizione di neutralità, evita di prendere posizione a favore o contro  qualsiasi specifico risultato in termini di comportamento. Le aspettative della famiglia rispetto al cambiamento sono spesso generate dall’inviante ossia quel terapeuta, medico o assistente sociale che ha spinto la famiglia verso una terapia con l’idea di risolvere un problema specifico. L’inviante è in questi casi un “membro della famiglia” che occupa una posizione omeostaticamente nodale. Il modello di Milano, suggerisce di fare un incontro con l’inviante prima del primo incontro con la famiglia per poter avere meglio chiara la posizione che questi occupa all’interno di essa.
Il modello di Milano si discosta dai principi di Palo Alto di famiglie rigidamente omeostatiche proprio a causa del problema che tende a mantenerle bloccate nella loro condizione, abbracciando invece la prospettiva batesoniana secondo la quale i problemi familiari sono l’inevitabile conseguenza di convinzioni familiari non congruenti con la realtà. A Milano si pensa alla famiglia come un sistema in evoluzione, essa è solo apparentemente bloccata. Nella prima fase infatti i terapeuti di Milano parlano del loro intervento come volto a modificare quei pattern relazionali che mantengono l’omeostasi; nella seconda fase, invece, la terapia è diventata un mezzo per introdurre delle differenze all’interno del sistema di convinzioni della famiglia.
Terza fase: divisione in due èquipe (1979-1982): da una parte si schierano la Selvini Palazzoli e Prata che si concepiscono come ricercatori,svilupparono le loro idee dalle analisi del comportamento e dalle retroazioni dei familiari in seduta. La loro attività era  molto più concentrata sulle famiglie di psicotici.  Il gruppo di Selvini Palazzoli introduce una nuova tecnica di intervento nella terapia di famiglie di psicotici, la prescrizione invariabile: questa pratica nasce dal bisogno di trovare una tecnica di intervento che fosse applicabile a tutte le famiglie di psicotici e in ogni tipo di seduta, tanto da divenire la base della loro ricerca, ma che viene applicata anche nella terapia individuale. La prescrizione invariabile richiede che i genitori dei figli  psicotici, passino periodo di tempo sempre più lunghi lontano dai figli senza dire a nessuno dove si trovano. Il metodo per condurre  questo tipo di terapia consiste nel separare i genitori dal resto della famiglia, secondo una serie di stadi definiti con cura, per un numero limitato di sedute terapeutiche, per poi riunirli al resto della famiglia al termine del trattamento. La prescrizione consente non solo di cambiare i pattern del gioco familiare, ma al contempo mette in luce come ogni membro della famiglia agisce in maniera differente e permette ai terapeuti di conoscere in che misura ognuno di essi contribuisce al gioco familiare. Per mezzo di questo tipo di prescrizione i terapeuti arrivano alla conoscenza del processo attraverso il quale, nelle famiglie emerge il comportamento psicotico. Il figlio viene coinvolto dalla lotta simmetrica tra i genitori e compie qualche atto insolito nel tentativo di sfidare il potere della persona che sembra vincere la lotta. La persona che è vista come perdente non capisce le intenzioni del figlio, diventa ostile, e finisce anche per prendere le parti del vincitore; ma il figlio, invece di lasciare il campo, continua ad agire in modo sempre più folle. Il lavoro del gruppo della Selvini Palazzoli è caratterizzato dalla metafora della lotta o gioco: il potere del terapeuta non è soltanto riconosciuto, ma anche esercitato con grande efficacia. Lo scopo è di usare quel potere per ingaggiare i membri della famiglia in modo che seguano la prescrizione e il cui fine è interrompere il gioco rigido della terapia della famiglia e forzarla a inventarne un nuovo, in cui i giocatori abbiano più flessibilità o più scelta  rispetto ai propri possibili comportamenti.
Dall’altra parte si schierano Boscolo e Cecchin che si distinguono per la loro “opera” formativa nel campo della terapia familiare. Boscolo e Cecchin ritengono fondamentale nella loro pratica clinica e nella loro opera formativa le retroazioni degli allievi stessi oltre che dalle informazioni provenienti dalle consulenze a famiglie e da agenzie di tutto il mondo. L’intervento quindi non è considerato come unmetodo clinico che va insegnato agli studenti, piuttosto le loro attività terapeutiche possono essere viste come tentativi di introdurre nuove idee, nuovi schemi di pensiero nei membri della famiglia. A differenza dei primi, Boscolo e Cecchin preferiscono escogitare in ogni seduta interventi inediti adatti alla singola famiglia. La metafora che meglio descrive l’approccio di Boscolo e Cecchin è che la terapia è l’intersezione di due sistemi, l’èquipe terapeutica è la famiglia, per formare temporaneamente un unico sistema:la famiglia in trattamento, e la mutua influenza dei due sistemi è considerata in grado di condurre in sé e per sé al cambiamento.
Quarta fase: chiarimento e divulgazione del modello (dal 1979 a oggi): per Hoffman quello di Milano di Boscolo e Cecchin è quello sistemico per eccellenza.
Nel modello di Milano troviamo il concetto di Epistemologia ecosistemica:suggerisce che il terapeuta deve riconoscere la connessione, la relazione eri corsiva tra tutti gli aspetti delle proprie percezioni pensieri e comportamenti. Secondo Cecchin per fare terapia sistemica, bisogna non solo intervenire sulla famiglia nella seduta, ma è opportuno affiancare altri tipi di intervento ad altri livelli, come visite domiciliari, incontri con gli insegnati eccetera, tutte queste tecniche sono parte di  un “pattern ecologico”.
Il passo successivo del modello di Milano è stato quello di includere l’osservatore come parte del sistema osservato. In questo senso Boscolo e Cecchin fanno proprio il concetto di cibernetica della cibernetica o <cibernetica di secondo ordine>, termine coniato da Margaret Mead, soprattutto nella loro opera di consulenza di terapeuti bloccati con alcuni particolari casi clinici. Se il sistema terapeuta-famiglia costituiscono un ecosistema, esso è capace di autocorrezione ecologica:la famiglia acquista la capacità di autoguarigione quando l’ecosistema diventa capace di “risposte appropriate al comportamento sintomatico”. L’idea di Boscolo e Cecchin è di abbandonare presto il sistema terapeutico per lasciare che la famiglia stessa sviluppi la propria capacità di auto guarigione.
Il modello di Boscolo e Cecchin, passa dal concetto di famiglia omeostatica,immutabile in quanto sintomatica, al concetto di famiglia come sistema del non-equilibrio: ogni famiglia può essere vista come un sistema vulnerabile al cambiamento, quando ogni minima o casuale instabilità  può amplificarsi attraverso un processo di oscillazione e spingere il sistema, oltre la sua attuale organizzazione, verso un nuovo stato. Tale oscillazione può avvenire in relazione ad un comportamento del quale il terapeuta non è neppure consapevole, ruolo del terapeuta in questo caso è quello di essere catalizzatore di tali oscillazioni. Gli eventi che portano al cambiamento si verificano in sequenza ed esistono nel tempo. Peggy Penn dell’Ackerman Institute di New York utilizza il metodo delle domande circolari, per creare un “anello correttivo” nel corso della terapia, che consiste di terapeuta, famiglia, sintomo e intervento visti come un unico sistema interconnesso. L’anello deriva da una sequenza di eventi connessi a mezzo di retroazioni, la quale cambia la propria struttura, soltanto in seguito a nuove informazioni o differenze. Penn formula nuove categorie di domande circolari e domande ipotetiche, che considera capaci di condurre la famiglia a un processo di anteroazione che evoca le potenzialità di cambiamento. I membri della famiglia acquisiscono così il senso della propria capacita di immaginare nuove soluzioni e una volta evocata questa potenzialità è più difficile ritornare alle vecchie soluzioni.
Tomm individua due tipi di domande che possono essere poste nel corso di un’intervista circolare:
1. Raccolta di informazioni;
2. Domande riflessive che hanno lo scopo di introdurre un cambiamento nei diversi livelli di significato, sono dette riflessive perché la loro capacità di introdurre delle differenze dipende dall’effetto riflessivo che ciascun livello di significato ha sull’altro.
Tomm ritiene già un intervento sulla famiglia il costituirsi del sistema terapeuta-famiglia, e non solo la restituzione conclusiva come capace di portare dei cambiamenti nei sistemi di significato della famiglia. Al posto della neutralità, Tomm parla di strategizzazione: se la posizione del terapeuta nel modello di Milano è di neutralità, ossia accettazione di “quel che è” la famiglia, per Tomm invece la strategizzazione è fondata su “quel che dovrebbe essere la famiglia”.
Cecchin (1987) riformula il concetto di neutralità, come stato di curiosità: il terapeuta assume un atteggiamento di curiosità rispetto alle possibili descrizioni dei pattern di comportamento all’interno della famiglia, piuttosto che cercare la vera spiegazione del problema.
Quinta fase:applicazione del modello di Milano ad altri contesti (dal 1979 ad oggi): Le tecniche di intervento terapeutico del modello di Milano vengono applicate in contesti differenti, quali i centri di salute mentale, con i pazienti psichiatrici, per favorire una riabilitazione del paziente a tutto tondo, interagendo con il sistema più ampio.
Sesta fase: Nuovi modelli sistemici (1983 ad oggi): introduzione dei concetti di cibernetica di secondo ordine e dei principi del costruttivismo nel modello di Milano.
La premessa di base della cibernetica di secondo ordine è che il terapeuta è parte del sistema a cui sta offrendo la terapia. Le  osservazioni dell’èquipe sono influenzate da quello che osservano e quello che osservano è influenzato dalle loro osservazioni. A questo punto il cerchio è chiuso, non c’è una realtà esterna. Ma come può allora un terapeuta distanziarsi dal sistema di cui fa parte e condurre una terapia? Maturana (neurobiologo cileno), parla di autopoiesi per riferirsi a un processo in virtù del quale le parti componenti un sistema interagiscono soltanto le una con le altre e solo con le componenti necessarie per realizzare l’unità e organizzazione del tutto. Un sistema autopietico allora a livello informativo è chiuso all’ambiente esterno. Il suo comportamento è determinato dalla struttura del sistema stesso, non dalle proprietà dell’entità che perturbano il sistema. Il concetto di sistema strutturalmente determinato è stato  determinante nella terapia della famiglia, perché ha portato i terapeuti a comprendere che non possono cambiare le famiglie con gli interventi terapeutici, ma possono solo coesistere in un dominio terapeutico nel quale hanno la capacità di perturbare il sistema attraverso l’interazione: questo processo , però, condurrà a un cambiamento terapeutico, soltanto se la struttura del sistema familiare consentirà alla perturbazione di avere effetto sulla propria organizzazione. Il terapeuta non mira a cambiare la famiglia, ma a formare un dominio di interazione tale da permettere ai membri della famiglia di comprendere che sono loro a creare la propria realtà. Il costruttivismo infatti sostiene che non esiste una realtà <la fuori>, ma che l’atto di creazione della realtà è l’atto di una persona che osserva, traccia distinzioni tra le proprie osservazioni e infine condivide il risultato con altre persone attraverso il linguaggio.
Andersen introduce nuove tecniche nel modello originale di Milano:
-il terapeuta e la famiglia sono un sistema autonomo rispetto all’èquipe, che pertanto non deve irrompere nel corso della seduta;
-preferiscono lavorare senza ipotesi, dal momento che a suo avviso l’ipotesi limita la capacità del terapeuta di comprendere la costruzione della realtà operata dalla famiglia;
-quando l’intervista si avvia alla conclusione e gli osservatori preparano individualmente i propri pensieri sulla famiglia, vengono spente le luci in sala terapia e lo specchio unidirezionale viene letteralmente invertito. La famiglia allora osserva l’èquipe che riflette sulla conversazione che è appena avvenuta tra il terapeuta e la famiglia;
-il metodo di Andersen di condurre l’intervista, consente a famiglia e terapeuta di leggere quanto accade in seduta e le reciproche posizioni non come “obiettività” ma come “obiettività tra parentesi”.
Hoffman, parla di sistema osservante che pone il terapeuta a contatto con le premesse o visioni condivise della realtà sostenute dalla famiglia. Se il terapeuta a questo punto della terapia sposta il focus della terapia dall’insieme delle interazioni osservabili o dalla struttura familiare disfunzionale alle premesse che le persone hanno rispetto a un problema, è logico arrivare alla concezione di quelli che Anderson e collaboratori hanno definito <sistemi determinati dai problemi>. Un sistema determinato da problemi può essere una coppia, una famiglia, un individuo, un gruppo di lavoro, un’organizzazione, fino a qualsiasi combinazione di individui che sia interattiva  dal punto di vista della comunicazione e organizzata intorno ad un problema trasmesso con un linguaggio condiviso.
Anderson e Goolishian parlano di <sistema organizzante il problema>: per sottolineare che attraverso il linguaggio, noi facciamo evolvere costantemente nuovi significati e che i problemi non sono entità fisse. Un problema creato attraverso il linguaggio si dissolve quando emergono significati e descrizioni alternativi. Il sistema terapeutico è in questo senso un sistema che “organizza o dissolve” i problemi, nel quale il terapeuta è osservatore partecipe della conversazione terapeutica.
LA FAMIGLIA SANA O BEN FUNZIONANTE: è difficile definire la famiglia ben funzionante o o normale nei termini sistemici e secondo la prospettiva della cibernetica di secondo ordine,l’adozione di qualsiasi standard di funzionamento sano pone il terapeuta in contesto che lo conduce a pensare alla risoluzione del problema nei termini della cibernetica di primo ordine,in cui il terapeuta è quello che cura o ripara il problema collocato in un sistema separato. Il terapeuta che è esso stesso parte del sistema, cerca di capire che cosa significa <salute> per la famiglia e come le idee sulla salute si collegano ad altre convinzioni e azioni familiari. Boscolo e Cecchin concordano con Jackson, col ritenere che la famiglia sia un complesso intreccio di relazioni dove convinzioni e le azioni dei membri del sistema si adattano per loro in maniera più o meno comoda. E’ importante che l’idea di funzionamento familiare sano non sia separata dal sistema di significati che la crea in questo caso il sistema che organizza il problema. Quindi quello che è normale o è sano è quello che va bene agli individui coinvolti, o quello che accade quando comportamenti e convinzioni all’interno del sistema a definire un problema o a comportarsi in modo sintomatico.
Nel sistema terapeutico, il terapeuta assume come premessa fondamentale che tutti i comportamenti abbiano senso in un dato momento  nel contesto di certe relazioni e che la famiglia sia la migliore esperta di se stessa. Ogni membro della famiglia, è vincolato dalle esigenze degli altri membri del sistema a sostenere certe relazioni oltre che a svilupparne di soddisfacenti per sé. Alcuni membri sviluppano un comportamento sintomatico altri no, perché i primi entrano a far parte di un pattern comportamento che definisce un problema.. Un’ultima importante premessa del pensiero sistemico sulle famiglie funzionali, considera la capacità di un sistema coevolutivo di rispondere alle molte sfide che vengono poste ai suoi pattern interattivi stabilizzati, trasformandole in eventi che favoriscono un cambiamento.
LA FAMIGLIA DISFUNZIONALE: le disfunzioni si verificano entro un contesto che definisce una relazione tra terapeuta stesso e la famiglia o la coppia. Se la famiglia o la coppia decidono di chiedere un aiuto esterno perché uno o più individui ritengono la famiglia non abbastanza funzionale da mantenere il tipo di relazione desiderata. Il processo tradizionale di etichettatura non fa altro che guardare la famiglia dall’esterno, separata dal contesto in cui è osservata le etichette diagnostiche per il comportamento familiare limitano l’orizzonte dell’èquipe terapeutica e sono di scarsa utilità.  
. Il terapeuta sistemico, cerca di descrivere sempre il più ampio contesto che comprende le convinzioni e le aspettative , rispetto al problema e le soluzioni prospettate dall’inviante, dai vari membri della famiglia, dal terapeuta e dall’agenzia a cui appartiene. Ogni membro della famiglia porta dentro di se una serie di convinzioni, premesse o costrutti gerarchicamente organizzati. Questi derivano dai diversi livelli di retroazione provenienti dall’ambiente. Le convinzioni più alte e inclusive sono quelle che derivano dall’interazione con i valori culturali: <proteggi la tua famiglia> <rispetta i diritti degli altri>. Convinzioni di livello inferiore, come <abbi successo> o <evita il conflitto>, derivano dalle retroazioni provenienti da comunità, famiglia, posto di lavoro, relazioni diadiche simili. Queste convinzioni si combinano per esercitare una forza contestuale che guida le persone verso particolari azioni. Così convinzioni ed azioni sono collegate tra loro e sono sperimentate dall’individuo come “abbastanza adattive” da permettere il giusto sviluppo dell’individuo, o “poco adattive”, nel qual caso la relazione dell’individuo con l’ambiente è minacciata. Il comportamento sintomatico segue i cambiamenti iniziali non adattivi di azioni e  convinzioni sperimentati come minacce alle relazioni mantenute nell’equilibrio familiare.
VALUTAZIONI DEL FUNZIONAMENTO E DELLE DISFUNZIONI DEL SISTEMA: il focus della terapia sistemica non è la famiglia, ma il sistema terapeutico famiglia-terapeuta,pertanto si valuta quanto sia adattata l’interazione tra  famiglia e terapeuta. Viene valutata se l’adattamento sia stato in grado di creare o meno un contesto terapeutico in cui i membri della famiglia riescono ad accogliere nuove informazioni, aumentare la consapevolezza della connessione tra le proprie convinzioni e le proprie azioni, risolvere i problemi. Attraverso il processo dell’intervista, il terapeuta valuta costantemente la “terapeuticità” dei suoi interventi, per assicurarsi che si creino determinate situazioni:
1. i membri della famiglia devono sentire che il loro punto di vista è ascoltato e compreso, che possono avere una relazione di fiducia con il terapeuta e permettergli di esplorare il loro sistema di significati;
2. la famiglia e il terapeuta devono sentire quando si impegnano nell’intervista terapeutica, che esiste qualche possibilità di cambiamento;
3. il terapeuta deve sentire che le risposte della famiglia stimolano la sua curiosità di apprendere qualcosa di più sulle connessioni tra convinzioni e comportamenti all’interno della famiglia e suggerire le direzioni in cui può andare l’intervista;
4. tanto il terapeuta quanto la famiglia devono sentire che si svolge uno scambio di nuove informazioni con un’esplorazione di nuovi territori. Uno degli scopi dell’intervista è controbilanciare i pattern ridondanti di comportamento che mantengono il comportamento problematico . Ciò viene ottenuto introducendo in varie forme nuove informazioni.
5. tanto il terapeuta quanto la famiglia dovrebbero sentire che attraverso l’intervista il comportamento problematico e i tentativi di risolverlo vengono connessi con le più profonde convinzioni del sistema. Il contesto terapeutico viene valutato per mezzo del confronto tra le  retroazioni della famiglia e le aspettative dei terapeuti.
DEFINIZIONI DEGLI OBIETTIVI: in primo luogo bisogna definire il contesto nel quale il problema è stato identificato e la famiglia che cerca aiuto. E’ importante per il terapeuta chiarire con la famiglia qual è il dominio in cui si colloca la loro relazione. Ogni famiglia ha suoi obiettivi rispetto alla terapia ed è bene che siano esplorati dal terapeuta nel corso dell’intervista, perché tali aspettative vanno ad inserirsi nel sistema di convinzioni della famiglia e avranno un gran peso sul modo  in cui la famiglia organizzerà il lavoro con il terapeuta.

STRUTTURA DEL PROCESSO TERAPEUTICO: l’idea è che tutti i membri conviventi della  famiglia debbano partecipare alla prima intervista, il fatto che un membro della famiglia si rifiuti di partecipare è già considerata un’informazione che aiuta il terapeuta a sviluppare delle ipotesi sul fatto che la famiglia sia organizzata in questo modo. E’ importante che i bambini siano coinvolti nella conversazione, rendendo disponibile materiale con cui possano giocare e che si facciano delle domande che siano adatte allo stadio di sviluppo del bambino. In genere le sedute si svolgono ogni quattro settimane, questo permette alle nuove idee introdotte nel corso della seduta di perturbare il sistema di convinzioni della famiglia così che  possano emergere nuove possibilità nel modo di mettersi in relazione dei membri della famiglia.
 IL RUOLO DEL TERAPEUTA: Il terapeuta sistemico è direttivo, chiede informazione ai membri della famiglia, per arrivare a capire qualcosa della condizione organizzativa  della famiglia, per esempio inizierà ogni seduta chiedendo alla famiglia quale problema presenta quel giorno in particolare oppure quali aspettative ha la famiglia rispetto alla seduta. Il terapeuta  diventa parte del sistema terapeutico e si fa coinvolgere nelle interazioni.
Essere direttivi non significa agire in terapia con l’intento di cambiare il comportamento della famiglia nel <qui e ora>:  il terapeuta pone domande per introdurre nel sistema di convinzioni della famiglia differenze che possono a loro volta avere un effetto sui comportamenti dei membri della famiglia. In questo modo la responsabilità non è del terapeuta, ma della famiglia stessa. Il terapeuta, in quanto membro di un èquipe terapeutica, deve considerare le proprie percezioni e punti di vista come parziali, che contribuiscono a una più ampia realtà in evoluzione.
TECNICHE DI TERAPIA DELLA FAMIGLIA: il terapeuta è responsabile della creazione del contesto terapeutico, mantenendo una posizione di curiosità che gli consente di fare ipotesi e domande da cui elicitare retroazioni in una posizione di neutralità. E’ importante usare il linguaggio della famiglia perché la famiglia stessa costruisca nel sistema terapeutico la sua realtà. Le domande circolari sono particolarmente utilizzate con lo scopo di creare connessioni tra azioni, convinzioni e relazioni tra individui all’interno del sistema Le tecniche che il terapeuta sistemico insieme all’èquipe di cui fa parte utilizzano nella terapia, sono le seguenti:
- Le domande poste alla famiglia nel corso dell’intervento dovrebbero contenere un elemento di sfida. Le domande possono arrivare ad introdurre l’elemento tempo che spesso in famiglie problematiche sembra essersi immobilizzato.
- Il messaggio finale del terapeuta, che si presenta come una punteggiatura della conversazione terapeutica nella quale i membri dell’èquipe condividono le proprie idee con la famiglia. L’atteggiamento di connotazione positiva, che il terapeuta ha nei confronti della famiglia, deve portare alla consapevolezza dell’esistenza di sistemi di convinzione in conflitto, che hanno portato ad un cattivo adattamento della famiglia, fino ad essere riformulati in termini di dilemmi che i membri della famiglia si trovano ad affrontare. In chiusura, il terapeuta, assegna un compito alla famiglia, che gli di comprendere in modo più approfondito le dinamiche familiari. Se per esempio un comportamento è proibito all’interno della famiglia si chiederà ai familiari di eseguire un compito, che comprenda anche quel comportamento, ma in un contesto differente, così da far emergere nuove modalità di relazionarsi.
Nel corso della terapia possono emergere delle difficoltà che intralciano il percorso, un esempio è la <famiglia resistente>. Il concetto di resistenza  è  riferito al tipo di relazione terapeuta-famiglia dove c’è uno scarso adattamento tra le azioni e convinzioni del terapeuta e quelle della famiglia. Un’ulteriore difficoltà incontrata può essere la scarsa curiosità da parte del terapeuta, nel momento in cui egli stesso ha accettato una visione di come la  famiglia in questione, dovrebbe essere perché accetta quella stessa che la famiglia propone o peggio adotta pienamente la sua stessa convinzione rispetto alla famiglia.
Il momento di terminare la terapia è più difficile secondo questo modello rispetto ad altri, perché il terapeuta non è alla ricerca di un cambiamento comportamentale predeterminato. La terapia si conclude nel momento in cui terapeuta e famiglia, arrivano alla comune decisione che non c’è più niente di cui discutere insieme. Il terapeuta può offrire una seduta di rivalutazione, dopo un intervallo più lungo, a sottolineare che la famiglia ha in se la capacità di cambiamento.
 MECCANISMO DEL CAMBIAMENTO: Il cambiamento all’interno del sistema familiare ad opera della terapia è visto dai membri stessi della famiglia come un qualcosa che è avvenuto in modo spontaneo e senza alcuna apparente causa.
 Il modello di Milano così come altri modelli, ha adottato i principi base di rispetto ed empatia verso i clienti, necessità di rendere la famiglia partecipe della terapia, apprezzamento dell’interconnessione dei comportamenti familiari, tentativo di offrire modelli alternativi di pensiero o di comportamento ai clienti, riconoscimento dell’importanza di fornire un contesto adeguato alla terapia. La terapia non ha il fine di fornire una cura, ma è piuttosto vista come una fase di un processo evolutivo più ampio, in cui la famiglia lotta per adattarsi al proprio ambiente. Il modello suggerisce una maggiore attenzione agli aspetti del presente che non al passato:il modello preferisce ritenere che il passato sia già contenuto nel presente e che come afferma Selvini Palazzoli intervenire sul più complesso sistema del presente, porta a  risultati terapeuti più incisivi. Il modello non utilizza interpretazioni. L’intervista consiste di domande, alcune delle quali sono più esplorative e altre più focalizzate; raramente si fanno commenti diretti.  Il sintomo offre degli indizi che il terapeuta utilizzerà per tracciare nuove connessioni che collegano il sintomo ad altre parti del sistema familiare (per esempio dopo aver indagato sui furti compiuti da uno dei figli, il terapeuta può chiedere se altri membri della famiglia sentono di non ricevere tutto quanto meriterebbero).
PROBLEMI PARTICOLARI DELLA TERAPIA DI COPPIA: La coppia vive in uno stato di   complementarità e adattamento degli individui. Il terapeuta rientra nel sistema co-evolutivo della coppia per indagare gli aspetti di adattamento all’interno delle relazioni e comprendere il significato di comportamenti simmetrici (di competizione), complementari o paralleli nella relazione stessa. Egli cerca di creare un processo nel quale i partner descrivano quello che fanno e il modo in cui sono influenzati dai comportamenti dell’altro.
Il terapeuta cerca di creare un contesto che renda i partner osservatori della propria relazione.
 Le tecniche di intervento sulla coppia: I terapeuti possono ricorrere all’uso di una metafora, un esempio utile in molti casi di coppie in crisi è paragonare lo stato di della relazione alla situazione in cui uno dei figli è ricoverato in ospedale. Tutte le risorse della coppia devono essere messe a disposizione degli sforzi per la guarigione, senza badare agli effetti che possono avere sulla relazione. Con una coppia il terapeuta può introdurre la variabile temporale, con domande per ricostruire il periodo in cui la relazione era diversa da ora e opzione anche più importante, può introdurre domande sul futuro, che consentono alla coppia di riflettere sulle possibili soluzioni alternative al problema e ai dilemmi posti dalla relazione. I terapeuti che lavorano con le coppie appaiono più direttivi, in quanto cercano di capire i significati dei comportamenti simmetrici, complementari o paralleli in relazione all’adattamento della coppia. Nella terapia di coppia, il pericolo che il terapeuta si faccia trascinare in un’alleanza con uno dei partner è maggiore, in una relazione complementare, il terapeuta può prestare attenzione ai contenuti e identificare uno dei partner come vittima.
 APPLICABILITA’ DEL TRATTAMENTO:il modello di Milano fu sviluppato in origine, come metodo per il trattamento di famiglie con pazienti anoressici e psicotici. Secondo McKinnon questo metodo è particolarmente adatto a quelle famiglie che a causa delle proprie convinzioni,assumano la forma di sistemi strettamente uniti e fortemente organizzati, spesso chiusi alle informazioni provenienti dall’ambiente esterno. Boscolo e Cecchin descrivono il loro modello come applicabile ad ogni tipo di famiglia in cui il tentativo di risolvere il problema si è nel corso del tempo, intrecciato al sistema di significati della famiglia stessa, così che le soluzioni alternative sono impedite da convinzioni e relazioni non più direttamente connesse al comportamento problematico. La terapia della famiglia è in grado di creare un contesto nel quale i membri della famiglia,possono usare nuove informazioni per risolvere i propri problemi.

di Beatrice Segalini

Continua a leggere:

Altri appunti correlati:

Per approfondire questo argomento, consulta le Tesi:

Puoi scaricare gratuitamente questo riassunto in versione integrale.