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1968-79: dalla crisi all'egemonia. Pensioni e zone salariali

A questa contestazione di base si aggiunsero preoccupanti segni di delegittimazione delle segreterie confederali nella vertenza relativa alla riforma del sistema pensionistico.
Dopo un lungo dibattito sulla riforma della previdenza, iniziato alla metà degli anni '60, il governo Moro giunse alla definizione del DPR che il 27 febbraio 1968 ebbe l' assenso di massima delle tre segreterie confederali.
Il giorno dopo la CGIL rigettò l'intesa affermando che le strutture periferiche del sindacato, le CdL e un cospicuo numero di lavoratori erano contrari alla riforma. In realtà si trattava di una riforma favorevole al mondo del lavoro e prevedeva la sostituzione del sistema contributivo con quello a ripartizione nel conferimento della pensione: a partire dal 1° maggio 1968, i lavoratori con 40 anni di contributi avrebbero ricevuto in via immediata una pensione pan al 65% della media del salario dell'ultimo triennio, che sarebbe stato elevato progressivamente all'80% negli anni successivi.
Tuttavia veniva introdotto il divieto di cumulo fra pensione e salario per quei lavoratori che avessero continuato a svolgere un'attività: l'obiettivo era di favorire l'inserimento di nuova forza lavoro nelle aziende in un momento in cui la disoccupazione cominciava a crescere. Del resto col sistema a ripartizione le pensioni venivano pagate con i contributi dei lavoratori in attività (che si supponevano in numero assai maggiore rispetto ai pensionati) e prevedere la cumulabilità di pensione e salario sarebbe stato contraddittorio.
Nonostante l'opposizione della CGIL e del PCI, il provvedimento venne approvato da Camera e Senato con alcuni emendamenti voluti dal PCI tra cui il mantenimento a 55 anni dell'età pensionabile per le donne.
Il 7 marzo 1968, la CGIL aveva proclamato uno sciopero generale dal quale si erano dissociate CISL e UIL. Queste due ultime confederazioni erano molto critiche nei confronti della CGIL il cui repentino cambio di posizione nei confronti della riforma fu ricondotto all'avversione del PCI all'operato del governo.

Le tensioni non ebbero luogo solo tra le confederazioni, ma anche all'interno delle stesse.
Nella CGIL la situazione era tesa in quanto la minoranza socialista sosteneva la riforma governativa. Ancor più difficile fu la situazione all'interno della UIL e della CISL perché UILM, FIM e l'Unione provinciale di Torino della CISL aderirono allo sciopero del 7 marzo. Esso fu un grande successo e finì per ritorcere la questione delle pensioni contro il governo e per provocare l'isolamento di CISL e UIL.
A spingere il sindacato su posizioni di lotta e rivendicazione fu anche l' indebolimento della maggioranza di centro-sinistra determinata dalla sconfitta del PSU alle elezioni del maggio '68.
Il primo sciopero generale proclamato in modo unitario da CGIL, CISL e UIL per il 14 novembre del '68 volto a rilanciare il tema della riforma delle pensioni, segnò il superamento delle divisioni sul tema.
Nel febbraio '69 il Ministro del Lavoro, il socialista Brodolini, accolse le richieste del sindacato che rispecchiavano in pratica gli emendamenti presentati dal PCI un arino prima: veniva introdotto l'aggancio della pensione al 74% dell'ultima retribuzione con elevazione all'80% entro il 1975; era previsto un meccanismo di aggiornamento delle pensioni; fu confermata la parziale cumulabilità tra pensione e retribuzione e venne introdotto l' istituto della pensione sociale. Questo fu un provvedimento pesante per la finanza pubblica: il governo fece fronte ai maggiori oneri aumentando di dieci lire i tributi sulla benzina.

Dal punto di vista del sindacato, la vertenza aveva dimostrato la sua capacità di uscire (almeno nel rapporto bilaterale con il governo) da una pericolosa crisi di delegittimazione e di averlo fatto ottenendo un grosso successo. A partire da questa ver1enza, il sindacato si impone come soggetto politico in grado di partecipare alla stessa politica delle riforme: a tale scopo la politica dello sciopero generale si era dimostrata efficace e per questo motivo fu utilizzata anche durante gli anni '70.

L'altra vertenza nazionale dove il sindacato fu impegnato nella seconda metà  del '68, fu quella relativa alle “gabbie salariali”: erano zone il cui primo impianto risaliva al dopoguerra e che erano state accorpate in sei aree per un accordo con la CGII nel '61, nelle quali i livelli retributivi delle diverse categorie erano differenziati.
Il sindacato puntava alla completa uniformizzazione dei salari su tutto il tenitorio nazionale. La CGII, naturalmente, era contraria: salari uniformi avrebbero ridotto, per l'industria del Nord, il flusso della forza-lavoro proveniente dal Sud, rendendo la controparte più forte sul fronte della domanda di  lavoro e quindi sulla capacità di lavoro; per l'industria del Sud, l'uniformizzazione dei salari, avrebbe aumentato il costo del lavoro.
Per le confederazioni si trattava di una vertenza importante dalla quale era lecito attendersi un rafforzamento anche organizzativo nella realtà meridionale ove erano tradizionalmente deboli. I sindacati, inoltre, sapevano di avere difronte più interlocutori, per lo più divisi: l'INTERSIND che rappresentava l'industria pubblica che maggiormente aveva investito al Sud guardò con favore questo accordo, che sottoscrisse alla fine nel dicembre '68. La CGII fu costretta a sottoscrivere l'accordo nel marzo del '69 dopo che anche la CONFAPI aveva accettato.
Questa vertenza ebbe una duplice natura: era una vertenza sindacale di tipo classico che determinò un confronto bilaterale fra sindacati datoriali e dei lavoratori e che riguardava una questione salariale; aveva uno spessore politico perché riservava alle confederazioni un ruolo primario nella politica per il Mezzogiorno.
Tale vertenza, conclusa con successo, fece riacquistare (assieme a quella delle pensioni) forza e compattezza alle Confederazioni e contribuì alla rilegittimazione dei vertici.

di Cristina De Lillo
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