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1968-79: il sindacato in crisi

Il sindacato confederale giunse al '68 dopo aver subito un progressivo indebolimento della propria capacità rappresentativa del mondo del lavoro: il tasso di sindacalizzazione relativo alle Confederazioni aveva toccato il punto minimo nel '67 con il 27,7%. A partire dal biennio '68-'69, la sindacalizzazione cominciò a crescere sino a raggiungere, nel '78, la quota del 48,9% per poi cominciare a decrescere nuovamente.

I motivi della crisi di rappresentatività del sindacato devono essere ricercati nella diffusione del modello di produzione tayloristico e nella conseguente composizione della classe operaia con l'inserimento massiccio dei lavoratori privi di qualifiche provenienti dal sud. Tale figura di lavoratore, definito "operaio-massa", viveva una situazione di disagio dentro e fuori della fabbrica a causa della difficile integrazione sociale nonché culturale; guardava con sospetto al sindacato sia all'interno sia all'esterno della fabbrica: l'operaio-massa vedeva nelle CI e nelle SAS le espressioni di un sindacato che tutelava gli interessi dei lavoratori qualificati professionalmente.
Del resto tale atteggiamento di sospetto era ricambiato dai lavoratori qualificati e maggiormente radicati che vedevano in quell'immissione di nuova forza lavoro una minaccia per la tenuta dei salari. In realtà le CI e le SAS, capaci di soddisfare le aspettative degli operai più qualificati, non riuscivano ad assecondare le esigenze degli operai di ultima generazione che, non sindacalizzati, si trovavano in una posizione di subalternità sociale, in una società civile dove la stratificazione dei ceti sociali era ancora radicata.
Si assistette, pertanto, alla nascita di un certo spontaneismo di base nelle aziende di grosse dimensioni durante il '68 con la nascita dei Comitati unitari di base (CUB): si calavano in un contesto generale di rivolta anti-gerarchica e anti-istituzionale che caratterizzò la società italiana alla fine degli anni '60.
Il movimento nel complesso può essere interpretato come una rivolta della base sociale del paese quale conseguenza del le profonde trasfol111azioni che la attraversavano.

Nel caso specifico del sindacato confederale, nelle prime fasi il movimento fu subito come una rivolta contro di esso in fabbrica: l'obiettivo della contestazione erano le CI e le SAS, che persero la capacità di rappresentare il complesso delle maestranze nel momento in cui i CUB chiedevano di intervenire nell'ambito della contrattazione decentrata in materie che il doppio livello contrattuale (aziendale e nazionale), previsto nei contratti del '62-'63 e '65-'66, riservava al livello più alto.
Chiedere l'abolizione del cottimo, la riforma dei metodi di produzione legati alla catena di montaggio che arrecavano danni fisici e mentali ai lavoratori, la riduzione o l'abolizione delle categorie professionali e l'uguaglianza salariale tra operai e impiegati, significava rifiutare i principi di quella articolazione contrattuale ai due li velli con competenze differenziate che erano stati alla base dei contratti degli anni '60.

di Cristina De Lillo
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