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Scopo e fine del colloquio


All’interno di una cornice psicodinamica e di counseling lo scopo di un colloquio d’aiuto è che LA PERSONA PARLI DI SE’, si rivolge quindi alla realtà psichica della persona. Nel colloquio entrambi, conduttore e soggetto, portano qualcosa di loro. Il soggetto è colui che, visto lo scopo del colloquio stesso, deve parlare di sé quindi attraverso di esso egli farà una presentazione di sé, del suo particolare modo di essere e di usare la sua mente per fare esperienza del mondo. Mentre il colloquio poliziesco tenderà a raccogliere e leggere i fatti così come sono avvenuti e raccontati il colloquio d’aiuto  darà invece importanza a COME I FATTI SONO LETTI DAL SOGGETTO. Nel caso di un counseling familiare ad esempio si cercherà di capire attraverso i colloqui il vissuto del bambino e i vissuti dei genitori, quale rappresentazione si sono fatti del problema...ecc non ci interessano i fatti e dobbiamo fare attenzione all’altro, rispettando anche i suoi silenzi perché non bisogna dimenticare che c’è molta difficoltà nel raccontare sé stessi. Il primo colloquio è l’esperienza in cui è più evidente che il colloquio è, sia per il soggetto che per il conduttore, un modo per presentarsi e allo stesso tempo contesto in emerge la difficoltà di parlare di sé stessi. Forse il cliente non ha mai sperimentato la sensazione di parlare in un luogo tranquillo senza essere giudicato quindi all’inizio c’è più questa sensazione di difficoltà sia perché bene o male non si conosce chi abbiamo di fronte sia perché parlare di se è comunque complesso. Per questo c’è bisogno di tempo: in un clima di fiducia e ascolto la persona se non si sente giudicata potrà costruire un rapporto con il professionista e aprirsi. Il vissuto infatti non è oggettivo chiaro e dato una volta per tutte anzi l’opposto per cui è anche difficile da capire; proprio per questo più che i fatti interessano la LETTURA CHE EGLI DA DI QUEGLI EVENTI sia passati che presenti. Scopo generico del colloquio di aiuto dunque sarà quello di “conoscere la realtà e la lettura di quella stessa realtà a partire dal presupposto che a noi interessa la realtà psichica che può anche differire da quella oggettiva.” Nel colloquio il soggetto potrebbe mentire o negare come meccanismo di difesa per non far emergere ciò che ha rimosso che è per lui troppo doloroso per essere riportato alla coscienza. In questo modo però la persona si deresponsabilizza: lo scopo invece è quello di rendere più consapevole il soggetto rispetto alla sua realtà mentale al fine di promuovere un cambiamento verso l’autonomia e l’autodeterminazione. 
Il conduttore del colloquio dunque dovrà chiedersi:

- quali sono le necessità/bisogni che il soggetto porta nel colloquio e nella relazione? 
- quale risposta possiamo offrire noi come professionisti? 

Già nel primo colloquio infatti è possibile rendersi conto se le difficoltà portate dal cliente possono essere o meno di nostra competenza. Laddove si necessitasse di una terapia è opportuno inviare il soggetto ad altro professionista competente in materia. Dobbiamo quindi essere sempre SINCERI verso il soggetto e avere consapevolezza delle nostre capacità e dei nostri limiti. Si tratta dunque di chiedersi: COME POSSO OFFRIRE AIUTO A QUELLA PERSONA? in questo rientrano sia le aspettative del cliente nonché la consapevolezza del problema e la motivazione al cambiamento; qualora esse non fossero adeguate dovranno essere ridimensionate proprio perché uno degli scopi del colloquio è proprio quello di aiutare le persone a comprendersi, a guardarsi dentro con meno superficialità e rendere le persone più consapevoli di sé stesse e dei loro problemi. Laddove i soggetti si dimostrino poco collaborativi difatti sarà opportuno lavorare sulla loro MOTIVAZIONE perché se non si crea un alleanza terapeutica sarà difficile aiutare. Quando c’è opposizione bisogna lavorare sulla fiducia CRANDO UNO SPAZIO ACCOGLIENTE partendo sempre dal presupposto che se la persona non vuole farsi aiutare non può essere costretta. Nel counseling con le famiglie si lavora sempre sia con i bambini che con i loro genitori. Se non c’è alleanza sarà inutile il lavoro perché chi fa resistenza boicotterà tutto ciò che noi come professionisti stiamo realizzando. Nel counseling per creare fin da subito un clima di fiducia e un alleanza terapeutica occorre porsi in modo empatico, nella consapevolezza che per l’altro saremmo comunque dei professionisti, degli esperti: se noi ci mettessimo troppo simmetricamente dalla sua parte si perderebbero i confini. È un farsi carico asimmetrico in cui, diversamente dal paziente che aspetta il medico che lo cura, aiutare è sinonimo di "Collaborative assessment" cioè di comprensione CON te non su di te. L’empatia non crea nulla da sola; essa va intesa come uno strumento che si utilizza: attraverso la comprensione empatica e il non giudizio si crea un relazione basta sulla fiducia. Laddove l’altro ci svaluti professionalmente noi avremmo comunque delle info su cui lavorare: si tratta di capire perché si comporta così, forse per difesa, forse perché non ha capito cosa si fa, forse non c’è ancora la fiducia necessaria.

Tratto da PSICOLOGIA DINAMICA di Barbara Reanda
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