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Differenze culturali tra aggressività umana ed animale


Rispetto agli animali, mentre è pressoché inesistente l’aggressività extraspecifica, cioè tra animali di specie diversa (esclusi i rapporti tra predatore e preda, che non pongono però alcun problema, perché riguardanti semplicemente il procacciamento del cibo), l’aggressività intraspecifica è biologicamente funzionale ed utile, perché regola gli schemi elementari di condotta e i rapporti sociali tra gli individui.
E non costituisce un pericolo per la specie, perché frenata da un rigido codice di comportamento, da spontanei meccanismi di autocontenimento.
Negli uomini, viceversa, l’aggressività ha assunto dimensioni del tutto eccezionali, per quantità e qualità, tali da caratterizzare tutta l’evoluzione storica dell’umanità: una deformazione patologica dell’istinto aggressivo che porta l’uomo ad uccidere gli esseri della sua stessa specie, oltre che gli esseri di specie diversa; è onnicida.
Ciò sarebbe dovuto in parte alla repressione dell’aggressività innata, imposta dalla vita sociale e causa di nevrosi scatenantisi in improvvisa violenza, e in parte è alimentata dalla cultura, la quale ha assunto come proprio valore l’aggressività: dal mito e culto dell’eroe, del guerriero, della casta militare, della forza, della vittoria sul nemico, all’organizzazione sociale che da sempre fonda sui rapporti di forza le relazioni tra razze, nazioni, classi, gruppi sociali, fino alla quotidiana esaltazione della violenza da parte dei mass media.

Sicché nell’uomo sono stati distinti due tipi di aggressività:
a.la benigna-difensiva, che è quella comune a tutti gli animali ed innata, quale impulso verso l’attacco o la fuga quando sono in gioco interessi biologici vitali;
b.la maligna-distruttiva, che è invece legata alla struttura sociale, appresa e trasmessa dalla cultura, potenziabile dall’intelligenza umana con l’invenzione di strumenti sempre più distruttivi, pericolosa per la stessa sopravvivenza della specie.
E poiché la “distruttività umana” non conosce meccanismi naturali ed automatici di autocontenimento, si rileva che essa, come può essere alimentata da una cultura che privilegi i valori dell’aggressività, così può essere contenuta in limiti di sufficiente tollerabilità da una cultura che privilegi i valori della non violenza.
Sicché i meccanismi culturali, con cui si è sempre tentato di contenere la violenza (religione, morale, costume, leggi, ideali dell’amore, della solidarietà, della tolleranza, della socialità), costituiscono l’equivalente dei meccanismi naturali di autocontenimento dell’aggressività, presentando però una assai minore efficacia normativa rispetto questi ultimi.
Se è illusorio pensare che l’aggressività cessi di essere la regolatrice fondamentale dei rapporti sociali, trovando il supporto nell’organizzazione sociale legata alla civilizzazione dell’uomo e costituendo un contenuto fondamentale della cultura, la distruttività umana può, d’altro canto, essere contenuta mediante una maggiore efficacia degli unici strumenti disponibili, cioè mediante i valori culturali, le norme, i sistemi di controllo.
Strumenti che, nella millenaria lotta contro l’aggressività, hanno finora rilevato una troppo scarsa incidenza sul comportamento umano, bastando situazioni particolari di destabilizzazione sociale per vedere riaffiorare, negli individui e nei popoli, tutta la distruttività e la crudeltà insita nella cultura umana.

Ed fine viene rilevato che, benché la cultura della violenza sia comune, diversa è la carica di aggressività dei singoli individui, pur in condizioni ambientali analoghe, esistendo uomini violenti ed uomini miti.
Anche nel campo dell’aggressività vale quella variabilità individuale, che più in generale rende ciascun individuo diverso da ogni altro per moltissimi caratteri.
Tale variabilità individuale è la risultante, secondo l’orientamento correlazionistico, non solo del patrimonio genetico ma anche delle influenze che le situazioni ambientali vengono ad esercitare sulla struttura biologica.

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