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La sociologia causale in criminologia


La sociologia causale abbraccia quelle teorie sociocriminologiche altro verso le quali si tende a rendere ragione dei fatti criminosi sulla base di determinate cause omnicomprensive con validità generale.
Tali teorie, considerate più propriamente come “ipotesi”, in quanto la loro validità non è mai stata stabilita dalle ricerche empiriche, tendono a reagire agli asseriti “inquinamenti” della criminologia correzionale, la quale nella sua immediata finalità pratico-operativa, può indurre a trascurare quelle interpretazioni più illuminanti, che uno studio teorico della delinquenza può facilitare.
Le teorie in questione possono essere fondamentalmente distinte in:
1.teorie classiste, per le quali la delinquenza è una proprietà inerente ad un particolare sistema economico-sociale.
Muovono da una concezione conflittualistica della società, in base alla quale la società è vista come un’entità in permanente mutamento; il mutamento è dato dai conflitti che si sviluppano nel suo interno tra i diversi gruppi sociali, che hanno differenti definizioni del giusto e dell’ingiusto;
2.teorie culturalistiche, che considerano la delinquenza come un insieme di comportamenti espressivi di determinate sottoculture o appresi nell’ambito di un determinato gruppo culturale.
Esse muovono da una concezione consensualisica della società, in base alla quale la società è vista come struttura relativamente stabile e ben integrata; il funzionamento della società si fonda sul consenso della maggioranza su valori fondamentali, quindi sulla definizione di giusto e ingiusto; i violatori della legge penale sono una minoranza con caratteristiche comuni che la differenza dalla maggioranza osservante.
In posizione per così dire intermedia tra la criminologia conflittualistica e quella più segnatamente consensualistica esistono anche teorie (quale quella dell’etichettamento) che, per la loro posizione di tolleranza verso la devianza, appaiono maggiormente ispirate ad una concezione pluralistica della società, in base alla quale si ammette l’esistenza di gruppi eterogenei, ma anche un accordo collettivo sulle regole comuni di condotta a cominciare da quelle della soluzione dei conflitti.
Le varie teorie socio-criminologiche affondano le proprie radici in quelle concezioni ambientalistiche secondo le quali animali e uomini verrebbero al mondo senza istinti ereditari, ma come tabule rase su cui le condizioni dell’esperienza possono inculcare una forma di comportamento piuttosto che un altro: fattori decisivi della sua formazione sarebbero unicamente l’educazione e l’apprendimento.
L’uomo è il frutto dell’ambiente culturale, economico e sociale: per trasformare l’uomo bisogna trasformare l’ambiente, la società.

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