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Il marketing dell’esperienza: Pine e Gilmore


Un ulteriore contributo ci perviene dagli studi di Pine e Gilmore che hanno inaugurato il “marketing dell’esperienza”.
Essi sostengono che l’esperienza deve essere una forma economica a sé stante, distinta da prodotti e servizi.
Per Pine e Gilmore progettare un’esperienza significa intrattenere i clienti ma anche coinvolgerli.

Il grado di partecipazione attiva vs passiva combinato con la condizione di immersione vs assorbimento definiscono diversi ambiti esperenziali.
1. Campo dell’intrattenimento: esposizione passiva del consumatore (ex quando si ascolta musica)
2. Campo dell’educazione: alla stimolazione cognitiva si coniuga la partecipazione attiva per stimolare apprendimento
3. Area dell’evasione: immersione profonda che prevede un’”esperienza di viaggio” verso luogo diverso in termini sia di contesto che di attività
4. Campo dell’esperienza estetica: immersione passiva del consumatore che non entra in interazione con ambiente se non per osservare.



Secondo questo modello, le esperienze più ricche comprendono aspetti di tutti e quattro i campi.

Questi contributi hanno comunque dei limiti perché se Schmitt e poi Pine e Gilmore considerano l’esperienza come una caratterizzazione dell’offerta, significa che non tengono conto della dimensione interpretativa.
Lo stesso store Armani può suscitare un certo tipo di emozioni ad un sogg e far vivere un altro tipo di esperienza ad un’altra persona.
Quindi l’elemento esperienziale deve essere considerato come il risultato di un lavoro di interpretazione di vissuti del consumatore e di adattamento ad un principio di costruzione partecipativa della relazione.

Tratto da MANUALE DI PSICOLOGIA DEI CONSUMI di Priscilla Cavalieri
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