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Platone e l'eros del filosofo


Per Platone il filosofo non è né il sapiente né l’ignorante: entrambi infatti non ricercano il sapere il primo perché lo possiede, il secondo perché non ne è interessato; il filosofo è una figura di mezzo che è alla ricerca di un sapere che desidera ma che ancora non possiede. L’atteggiamento fondamentale del filosofo è allora l’eros ossia l’amore. Nella sua concezione mitica Eros ossia Amore non è una divinità ma un demone figlio di Povertà e di Poros  (“passaggio” colui che è in grado di trovare risorse per passate da uno stato all’altro): Amore figlio di tali genitori è privo del possesso dell’amato ma è continuamente alla ricerca per la conquista (T 163). Tale per Platone è anche il filosofo, che nella sua ricerca passa dal desiderio di bei corpi al desiderio di belle anime, sino a cogliere la bellezza perfetta, l’idea del bello. Nel Fedro Platone riconduce l’amore ad una forma di mania di origine divina, per cui esso non può che portare al Bene. L’attività filosofica di Platone si distacca allora da quella dei sofisti che voleva essere una sorta di travaso del sapere, da chi sa a chi non sa. Essa è invece accostata alla dietetica: bisogna trovare una dieta dell’anima che porti al giusto equilibrio tra intelletto e passioni. La dialettica sarà un esercizio per l’intelletto. Il nutrimento per l’intelletto invece sono i mathemata ossia gli oggetti di apprendimento, tra i quali sta anche la virtù. Per Platone non è la città storicamente esistente che può insegnare la virtù: ne è un esempio l’uccisione di Socrate, l’uomo più giusto. La virtù deve fondarsi sulla conoscenza di quale è il vero bene: esso non può essere il piacere (T 153) ma è ciò che riguarda la sua anima: come la medicina è terapia del corpo, la filosofia lo è dell’anima.

Tratto da FILOSOFIA ANTICA di Carlo Cilia
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