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La tendenza esplorativa nel cognitivismo


Ma a questo punto possiamo domandarci questo: se la nostra tendenza a cercare schemi e regolarità fosse incontrastata, la conoscenza si sarebbe già arrestata. Quindi cosa si oppone alla tendenza stabilizzatrice dei processi cognitivi? Dobbiamo ammettere l’esistenza, insieme alle attività normalizzatrici, anche di attività di sensibilità alla diversità e alla novità.
Secondo Berlyne, la tendenza esplorativa è innata e determina nell’uomo una saturazione, “noia” per gli schemi noti e gli stimoli consueti, che porta a prestare maggiore attenzione agli stimoli che modificano gli schemi preesistenti. L’attenzione viene preferibilmente orientata verso quegli stimoli che sono riconducibili ad uno schema esistente ma che lo modificano (tenendo presente che le strutture cognitive che più facilmente si possono modificare sono quelle che NON sono coinvolte con l’immagine di Sè e che quindi non pongono in crisi il nucleo centrale). Se invece uno stimolo non può essere ricondotto ad uno schema esistente, o non genera nessuna attenzione oppure genera confusione ed ansia.
Riassumendo, secondo la psicologia moderna, l’Io è proteso alla generazione di regolarità tramite l’utilizzo di schemi preesistenti, innati e poi costituiti con l’esperienza e l’interpretazione, fino a diventare un Io tendenzioso e pregiudiziale. Al tempo stesso, però, l’Io ha una tendenza altrettanto originaria che conduce all’interesse e all’attenzione verso ciò che è variazione rispetto ad uno schema già conosciuto.
L’Io vuole produrre regolarità anche a costo di tradire l’informazione in arrivo (omologazione forzata degli stimoli agli schemi preesistenti) a cui però si contrappone l’attenzione verso la diversità e la motivazione a trovare nuovi stimoli. L’Io cognitivo ha in sé elementi omeostatici ed elementi dinamici-esplorativi.

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