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L’assalto del multiculturalismo


Il problema posto dalla coesistenza di culture comprensive ed escludenti è molto simile a quello della coesistenza di una molteplicità di religioni, postosi storicamente con il distacco delle chiese della Riforma della Chiesa di Roma.
Questo problema è stato teoricamente risolto in Occidente con l’adozione del principio di laicità.
La laicità consente, appunto in linea di principio, a tutte le differenze in materia di religione, positive o negative, di coesistere in maniera giuridicamente equiparata.
Il diritto non è espressione di una cultura, sì che le altre possano sentirsi escluse, né ha il fine di sostenere una determinata cultura a scapito delle altre: è (deve essere) neutrale e imparziale.
È applicabile questo principio anche ai conflitti propri della società multiculturale, bensì essi si presentino come conflitti fra gruppi, si direbbe tra tribù, e non tra idee, credenze, valori?
A parte il fatto che anche i conflitti religiosi si sono presentati, all’inizio dell’età moderna e tuttora in alcuni Paesi (si pensi all’Irlanda), come conflitti tra gruppi, la risposta può essere negativa solo se si accede a una certa retorica del multiculturalismo, quella dello scontro fra culture irriducibili.
Secondo questa impostazione ideologica, infatti, l’universalismo dei diritti (e della laicità) è falso: esprime una particolare cultura, quella Occidentale, che con una più raffinata forma di imperialismo o di colonialismo (culturale) si vuole imporre anche a chi appartiene ad altre culture.
La laicità intesa come separazione del diritto dalle culture è una cultura non universale, ma particolare; a sua volta non ha maggiore dignità e non può pretendere maggiore rispetto dei particolarismi comunitari e delle altre culture e, quindi, non può essere imposta a chi fa riferimento a queste diverse culture.
Ma il relativismo culturale, nei suoi esiti estremi, pecca di fondamentalismo e universalismo a sua volta.
Ciò spiega la lettura dell’estremismo politico di alcuni movimenti di matrice islamica come intrinseco alla natura stessa dell’Islam, ridotto appunto a religione “pervasiva, fatalistica, fanatica, immutabile, medievale”.
L’approdo coerente di questa lettura è oggi come ieri la città lagunare, in cui ogni isolotto celebra l’assolutizzazione dello specifico comunitario, un mosaico di comunità reciprocamente impenetrabili.
Il multiculturalismo, insomma, “implica, anche se in forma mitigata, un’identità e una rivalità essenzialistiche delle culture”: un ordinamento a compartimenti stagni, già sperimentato per mezzo millennio nell’impero ottomano, ciascuno con valori propri.
La biasimata assolutezza non viene sconfitta, ma si moltiplica frantumandosi “in una serie di mondi chiusi e irrelati”.
Caratteristico di questa visione, invero, è il trasferimento del principio di uguaglianza dal piano degli individui (tutti sono uguali) a quello delle culture (tutte sono eguali), pervenendosi così ad una posizione di relativismo che spinge all’irresponsabilità sociale e finanche alla “pigrizia intellettuale”: a non trovare, cioè, ragione per difendere quei valori, la cui conquista è constata all’Occidente lotte e sacrifici secolari.
Si tratta di principi supremi, secondo il lessico costituzionalistico, stabiliti dal potere costituente a garanzia dei diritti fondamentali contro le stesse maggioranze democraticamente elette, le quali, se li modificassero, compirebbero un atto di rottura della legalità costituzionale, un mutamento di regime, vale a dire una rivoluzione.
Tra questi principi irreformabili, ha sentenziato la Corte Costituzionale italiana nel 1989, figura proprio la laicità.
Il multiculturalismo, nella sua versione radicale, porta alla revisione anche dei principi supremi.
La laicità, per sopravvivere, ha bisogno di una recezione più o meno ampia delle culture sottostanti, ma il raggiungimento di questo obiettivo va perseguito con metodi politici e non giuridici: cioè con il consenso e non con l’imposizione.

Tratto da EGUAGLIANZA E DIVERSITÀ CULTURALI E RELIGIOSE di Stefano Civitelli
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