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Il legame tra la ricezione e la forma dello spazio filmico

Il legame tra la ricezione e la forma dello spazio filmico




Lo sguardo, che pur ha dato origine alla scena, può anche attribuirle una sorta di indipendenza, e quindi considerarla pronta ad essere ripresa secondo questa o quell’ottica; il mondo sullo schermo, che pure si è formato grazie e attraverso il film, può anche apparire come una realtà in sé già compiuta, e quindi disponibile ad offrirsi in questo o quel aspetto.
È appunto a partire da qui che si fissa uno stretto legame tra ricezione e forma dello spazio.
Da un lato infatti l’occhio ideale che ripercorre la realtà raffigurata e la sua stessa raffigurazione ci ribadisce, grazie a questa sua capacità, che il tu istituito dal film non è solo l’antagonista di chi ha dato avvio al gioco, un mero antisoggetto, ma ne è anche un’estensione ed un complemento: in esso l’io arriva a vedersi vedere, e dunque un darsi si sovrappone realmente ad un farsi.
Dall’altro lato quest’occhio ideale, incontrando una realtà che si presenta come già costituita, come pienamente autonoma, la modella secondo i propri atteggiamenti: evidenzia delle superfici ora compatte e ora disaggregate, ora ricche di linee di forza, e ora prive di appigli, ora compiute e ora manchevoli, ora piane e ora sovrapposte.
Quel che nasce nell’incontro di uno sguardo e di una scena, è un autentica geografia che coinvolge sia il campo rappresentato che il destinatario della rappresentazione. I nostri esempi ci hanno suggerito che, attraverso una configurazione enunciazionale da far valere su tutto il film, essi costruiscono un tu ed insieme lo situano; se si vuole, lo espongono e insieme lo dispongono. Nell’oggettiva, in faccia ad uno spettatore testimone effettivo ma muto – un vero e proprio spettatore nascosto – dispiegarsi uno spazio che tendenzialmente rifiuta i termini marcati: uno spazio neutro
Nell’oggettiva irreale, in faccia ad uno spettatore che fa corpo con la cinepresa – e che perciò è ugualmente mobile – dispiegarsi uno spazio percorribile in tutte le sue possibilità, anche le più estreme: uno spazio autenticamente modulabile
Nell’interpellazione, in faccia ad uno spettatore chiamato in causa ma anche tenuto lontano dall’azione - l’“a parte” costringe l’interpellato ai margini della scena – delinearsi uno spazio in cui si oppongono radicalmente il campo e il fuori campo, quanto è mostrato e quanto è immostrabile: dunque uno spazio, a differenza dei precedenti, basato sulla dissimmetria
Nella soggettiva, in faccia ad uno spettatore che passa per gli occhi di un personaggio – dunque uno spettatore in campo – delinearsi uno spazio anch’esso disomogeneo, ma questa volta per la presenza di un forte fattore di focalizzazione: uno spazio che si mostra al centro di un’esplicita attenzione, che si da come effettivamente visto, che in una parola appare espropriato

Tratto da CINEMA di Nicola Giuseppe Scelsi
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