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I campi di azione della critica specializzata

I campi di azione della critica specializzata




In realtà quando la C.S. fa cose come correlare certe figure retoriche o di stile ad una reazione spettatoriale data come inevitabile, oscillare tra un’ipostatizzazione dello sguardo dell’interprete inteso come sguardo dello spettatore comune e una presa di distanza dello sguardo critico da quello dello spettatore comune in nome di una capacità del primo di vedere cose che sfuggono al secondo, non mette in opera certe procedure meno discutibili sul piano logico da quelle che muovono la C.Q.
Le routines che soggiacciono agli schemi personificanti sulla figura dello spettatore sono comunity-based, sono cioè accettate a livello intersoggettivo da quasi tutti i membri della C.S., mentre l’atteggiamento di chi esibisce intenti modificativi nei confronti del testo è condannabile sulla base degli assunti paradigmatici che orientano le credenze della C.S. stessa.
Ciò che realmente fa la differenza tra l’utilizzo di certe routines e l’espressione del giudizio riguarda piuttosto il fatto che le prime godono di un consenso comunitario e la seconda no.
La C.S. continua a marcare le differenza tra giudizio e interpretazione sfuggendo all’impostazione del problema nei termini di un confronto tra insiemi operativi caratterizzati da diversi gradi di condivisione/convenzionalità e partendo dall’idea che interpretare – e non giudicare – permetta di stare decisamente più vicino ai fatti.
Per l’analista tradizionale non si ha bisogno di elaborare un giudizio perché:
1) l’interpretazione può fare tranquillamente a meno della valutazione senza sminuire affatto il proprio potenziale euristico;
2) le qualità eventuali del testo sono destinate ad emergere attraverso un semplice gesto di descrizione, senza bisogno di sommare a questa attività l’elaborazione di un valore aggiunto.

Tratto da CRITICA CINEMATOGRAFICA di Nicola Giuseppe Scelsi
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