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Le chiese di fronte al processo di integrazione europea

Le chiese cristiane costituiscono appositi organismi che seguono il processo di integrazione europea: la COMECE raggruppa gli episcopati cattolici dei paesi che gia fanno parte dell’UE; la CCEE comprende gli episcopati cattolici di tutta l’Europa; la KEK raggruppa i rappresentanti delle chiese cristiane non cattoliche. Anche se la chiesa cattolica romana non fa parte della KEK, le relazioni con essa sono strette ed un certo numero di incontri sono organizzati congiuntamente con le conferenze episcopali europee CCEE, rappresentando un importante contributo al cammino ecumenico e un fronte unitario dal quale far emergere richieste a coloro che stanno costruendo l’unità politica europea. Su questo nuovo scenario hanno contribuito 2 fattori:
1. la caduta delle ideologie che nel passato hanno teorizzato l’irrilevanza pubblica delle chiese come corollario della concezione della religione quale fattore privato.
2. il rifiuto nella cultura europea di ogni concetto di stato etico. Accompagnato dalla consapevolezza che occorra un’etica pubblica per disciplinare i rapporti sociali, esso porta come conseguenza a rivalutare il ruolo delle agenzie in grado di produrre un’etica tra cui primeggiano le chiese. Se lo stato laico è cosa diversa dallo stato etico e se l’etica non deve riguardare solo il rapporto tra privati ma anche la politica intesa nel senso di costruzione della polis, è inevitabile che si rivaluti il ruolo di chi, come le chiese, forniscono alla vita il significato non solo religioso ma anche etico.
Il contributo all’integrazione europea viene dato più facilmente dalle chiese cattoliche e protestanti rispetto a quelle ortodosse, tuttora legate a principi di unione confessionale con lo stato.
di Filippo Amelotti
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